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Mio lettore, mi rivolgo a Te, specie se sei pro-pal, non abbandonare questo pezzo alle prime righe, ai tuoi occhi senz’altro irritanti. Abbi pazienza.
Nel marzo scorso un giovane palestinese, Oday Nasser al Rabay, ventiduenne, gazese, organizzò una manifestazione a Gaza contro la tirannia di Hamas. Gridò – e con lui gridarono altri ragazzi – ‘Vogliamo vivere, via Hamas dalla striscia!’. Rientrò a casa dopo un paio di giorni. Cadavere. Le milizie al-Qassam, il braccio armato di Hamas, lo avevano preso, torturato, ucciso e ne avevano gettato il corpo martoriato davanti alla porta di casa.
A Tel Aviv e a Gerusalemme da un anno e mezzo i familiari degli ostaggi e tanti israeliani, giovani e no, manifestano quotidianamente contro Netanyahu e chiedono la fine della guerra a Gaza. Non sopravvalutiamo affatto queste manifestazioni e non le accreditiamo come certificazione della democrazia israeliana, ma la libertà di espressione del proprio pensiero, per lo meno quella, in Israele c’è.
Nella Gaza di Hamas non c’è mai stata. La Striscia, dalla vittoria di Hamas nelle elezioni del 2006 con la successiva conseguente eliminazione fisica di tutti i suoi oppositori, a cominciare dagli aderenti all’ANP di Abu Mazen, è stata una prigione all’aperto. E i carcerieri – con l’accordo ed il sostegno, occorre dirlo, di Israele – sono stati quelli di Hamas.
Gli stessi che hanno organizzato e messo in atto la strage del 7 ottobre 2023, una delle più orrende carneficine della storia dell’umanità. Sapevano bene quelli di Hamas che la reazione di Israele sarebbe stata spietata, ma egualmente la perpetrarono. La vita dei civili palestinesi andava immolata nella speranza di una mobilitazione globale delle masse islamiche, che avrebbe imposto ai propri governi di scendere in guerra contro l’odiato Israele. L’obiettivo finale di Hamas era e resta scritto nei suoi ‘atti costituzionali’: il genocidio degli Ebrei.
Solo chi è accecato dall’ideologia riesce a non vederlo: il peggior nemico dei Gazesi, e della civiltà, è Hamas.
Comprensibile quindi che Israele abbia reagito con durezza al 7 ottobre e condivisibile l’obiettivo dell’eliminazione di Hamas dalla striscia. Chi mai potrebbe convivere con un vicino armato di tutto punto che dichiaratamente si propone di ucciderlo?
E non è neanche tanto difficile comprendere che quando qualcuno scrive nei suoi ‘atti fondativi’ che la sua missione sulla terra è il genocidio del popolo ebraico, le antenne di quest’ultimo si drizzino. Adolf Hitler lo aveva scritto nel suo Mein Kampf negli anni venti e nessuno lo aveva preso sul serio. Soprattutto gli Ebrei residenti in Germania e nel Centro Europa non se ne erano curati più di tanto. Pagarono cara la sottovalutazione. Volete quindi che oggi, circondati dalla mezzaluna sciita e alleati, gli Ebrei di Israele non stiano in permanente allerta? E non siano preparati a difendere ogni giorno il proprio diritto ad esistere? Dopo il 7 ottobre le strade di Israele si sono affollate dei fantasmi dei sei milioni genocidati dai nazisti.
Detto tutto ciò, ritenuta comprensibile la durezza della risposta militare al 7 ottobre e condivisibile l’obiettivo della eliminazione di Hamas, non si può fare a meno di constatare che sul piano strettamente militare Israele non ha trovato il modo di raggiungere il suo scopo. E che non c’è nulla che lasci pensare che vi sia vicino. Ha ottenuto successi importanti quando ha messo fuori gioco gli alleati più temibili di Hamas, a cominciare da Hezbollah in Libano e da Assad in Siria, arrivando finanche a Teheran, la cui corsa all’atomica è stata quanto meno rallentata. Ma Hamas, che tutti consideravano una mera propaggine degli ayatollah iraniani e il parente povero dell’Asse della resistenza, sta dimostrando sul campo di avere un’organizzazione ed una preparazione militare di prim’ordine. Ancora oggi riesce a tenere prigionieri venti ostaggi sopravvissuti alla strage del 7 ottobre senza che i celebrati servizi di Israele siano riusciti a individuarne la localizzazione. Né l’Idf, il munitissimo esercito di Tel Aviv, è ancora riuscito a prendere il controllo totale della Striscia.
Quando la realtà è più dura dei propri convincimenti è doveroso prenderne atto e cercare una qualche via di uscita. Una via politica. È quello che a Netanyahu non sta riuscendo in alcun modo. Lui – e con lui i quattro quinti della popolazione di Israele, ci dicono i sondaggi – reagisce all’impasse ormai con furia insensata, cieca, con atti universalmente riconosciuti come criminali dalla comunità internazionale. Si accanisce come in preda alla follia omicida contro bambini, donne, malati, gente avvizzita dalla fame da lui stesso provocata. Ma Hamas sta sempre lì, con i suoi venti ostaggi.
Continuare con questa barbarie, oltre che disumano, porta all’isolamento di Israele dal mondo intero. Si fermi Netanyahu prima che sia troppo tardi. E se non lo fa lui, che lo fermi il mondo civile. A queste conclusioni stanno ormai addivenendo i singoli Stati europei e l’UE nel suo insieme; gli stessi Stati Uniti di Trump non sembrano più disposti a sostenere ad oltranza l’accanimento contro i civili di Gaza.
Ora è urgente fare un passo in più. Tocca anche a noi, all’Italia. Lo hanno suggerito proprio in queste ore trenta ex ambasciatori italiani: sospensione di ogni rapporto e cooperazione, di qualunque natura, nel settore militare e della difesa con Israele; sostegno in sede UE di ogni iniziativa che preveda sanzioni individuali (restrizioni agli spostamenti internazionali e congelamento delle attività economico-finanziare e dei patrimoni) nei confronti dei Ministri israeliani – come Smotrich e Ben G’vir – che incoraggiano e appoggiano il moltiplicarsi degli insediamenti illegali e le violenze dei coloni in Cisgiordania; sospensione temporanea dell’Accordo di associazione tra Israele e l’Unione Europea.
Opportuno e necessario infine il riconoscimento dell’ANP come legittimo rappresentante dello Stato della Palestina. Sarà pure un simulacro di autorità, senza forza e senza consenso, ma il riconoscimento dello Stato della Palestina sarebbe di per sé un messaggio inequivoco a Netanyahu e ai suoi complici.
Oltretutto l’ANP è pur sempre l’unica rappresentanza ufficiale del popolo palestinese ammessa come osservatore all’ONU e già riconosciuta da 140 Paesi del Mondo. Ed è anche l’autorità pubblica palestinese che nel ‘94 a Oslo riconobbe in qualche modo la legittimità dello Stato di Israele.
È terribilmente difficile, ma l’ANP, con l’aiuto dell’Occidente e degli Stati arabi moderati, potrebbe farcela a costruire, sia pure tra ostacoli di ogni genere, uno Stato che possa convivere pacificamente con il vicino e che possa difendere la Palestina dalle incursioni predatorie dei coloni oltranzisti di Israele.
Sarebbe anche la maniera più efficace per sconfiggere Hamas. Politicamente prima che militarmente.