fbpx
Home City Governance Prossimità e servizi nella città del post-pandemia

Prossimità e servizi nella città del post-pandemia

by Francesco Alessandria
0 comment

L’Autore, architetto, è docente di urbanistica nell’Università di Roma La Sapienza

 

E’ ormai noto che la cosiddetta “città dei 15 minuti” sia una ipotesi di città in fase di sperimentazione in cui il cittadino possa soddisfare le proprie esigenze a pochi minuti, a piedi, da dove abita.

Il tema della prossimità non è nuovo: lo tratta anche Ambrogio Lorenzetti che, nel 1338, in alcuni affreschi dipinge la “allegoria ed effetti del buono e del cattivo governo”. Nella rappresentazione del buon governo vi è la città compatta, piena di vita, in cui ciascuno è impegnato in varie attività in una dimensione a scala umana e di prossimità. E’ evidente che esistono profonde differenze tra le città medievali e quelle contemporanee ma entrambe perseguono lo stesso obiettivo: la misura d’uomo, la prossimità.

Ma quali soni i principali servizi di prossimità, o meglio (e più genericamente) le infrastrutture sociali di cui ha bisogno il cittadino?

Tra i più significativi vi sono, in primis, i servizi sanitari, quali servizi primari accessibili alle fasce deboli, e non solo, dove ricevere assistenza o supporto sanitario unitamente, magari, al rilancio della figura del medico di base; i centri sociali che devono essere aperti, soprattutto verso giovani e famiglie, ed essere teatro di nuove collaborazioni con altre realtà e soggetti del territorio; le biblioteche di quartiere e aree circostanti, intesi quali luoghi da valorizzare in virtù del loro ruolo culturale, aggregativo ed educativo, nonchè di presidio sociale in territori spesso periferici e attraversati da fragilità sociali; gli oratòri, identificabili in luoghi di aggregazione comunitaria, capaci di svolgere un ruolo essenziale nella costruzione dello scambio culturale, anche con il mondo interetnico; i mercati rionali che offrono forme di incontro e presidio sul territorio, con ricadute in termini di coesione sociale nel quotidiano; la scuola intesa quale luogo in cui gli spazi di aggregazione forniscono stimoli per la costruzione e la trasmissione di competenze; gli spazi verdi che rappresentano per gli abitanti dei quartieri occasioni di incontro e socialità e che dovrebbero essere più aperti, accessibili e attrattivi; la viabilità che, oltre ad essere oggetto di confronto sulle politiche di mobilità, è lo spazio dove intercettare i bisogni dei soggetti fragili, laddove sono presenti; le attività commerciali che, dai grandi centri commerciali in periferia, prospettano (in alcune città sono già stati realizzati) tipologie a cavallo tra il grande supermercato ed il negozio di “generi alimentari” del dopoguerra.

Ma questo concetto di prossimità, alla base della funzione della città, venne messo in discussione nel secolo scorso, quando i decisori le (ri)pensarono attorno ad un’idea di efficienza posta sulla specializzazione e sull’economia di scala. In ossequio all’efficienza furono realizzate porzioni di città specializzate (zone industriali, centri direzionali, cittadelle universitarie, centri per lo sport, quartieri residenziali-dormitorio, ecc). In ognuna di queste zone, si è concentrata la specifica funzione dell’attività e dei servizi. Tali scelte hanno avuto un senso per le realtà grandi e inquinanti che andavano delocalizzate dalla città; così pure i lavori d‘ufficio dovevano essere concentrati nei centri direzionali per favorire lo scambio (allora) fisico delle informazioni. Poi si passò al commercio che, doveva avvenire nei centri commerciali (che divennero le nuove piazze!!! Sic!).

In buona sostanza si andò realizzando la città delle distanze a cui, però, la pandemia ci ha indotto a riflettere e ritenere quanto sia necessario, invece, la corretta prossimità e distribuzione dei servizi, in primis, quelli sanitari.

Il tema della prossimità, si ribadisce, non è nuovo e va, quindi, affrontato con rinnovato slancio:

– Attraverso la (ri)costruzione di comunità. Ma una comunità non si può progettare perché è una realtà che emerge da una molteplicità di eventi, ciò che si può fare è creare ambiente adatto e produrre stimoli che portino a generare incontri ed avviare conversazioni che creino comunità.

– Ponendo attenzione alla relazione tra città. In effetti la città attuale è priva di cura dei propri abitanti. Essi sono intesi solo come utenti o clienti di servizi. L’ipotesi è che per rigenerare una città che curi i propri abitanti serva sviluppare nuove comunità con una nuova generazione di servizi: servizi collaborativi distribuiti sul territorio che siano di stimolo alle comunità e infrastrutture di supporto. Per far ciò è necessario operare su diversi piani portando i servizi e attività vicino ai cittadini (localizzazione); favorendo la costruzione di comunità (socializzazione); coinvolgendo vari attori (inclusione); mettendo in collegamento le diverse aree coinvolte (coordinamento).

– Focalizzando la relazione tra la dimensione fisica e quella digitale della prossimità: la pandemia ha imposto una trasformazione sociale importante che ha posto il digitale quale fattore ormai imprescindibile delle nostre comunità. Prossimità e cura, (pur radicate nel mondo fisico) hanno una sempre crescente componente digitale caratterizzata da piattaforme. Ciascuna di queste piattaforme può essere orientata focalizzando il tipo di attività che si intende promuovere.

Utili le best practice in cui la governance ha avviato esperienze di innovazione sociale e urbana particolarmente rilevanti; si pensi a Parigi, a Barcellona, a Milano.

La Sindaca di Parigi, per esempio, lo ha posto tra i suoi obiettivi di governo proponendolo come strumento di sostenibilità (riducendo gli spostamenti di grande distanza); Barcellona, fin dal piano della mobilità urbana (2013), ha fatto proprio il concetto della “Città del quarto d’ora” pensata da Carlos Moreno, progettando i cosiddetti “superblocks”, isolati quasi esclusivamente pedonali, a cui possono accedere soltanto mezzi autorizzati, che rappresentano piccole Comunità nella città connesse agli altri blocchi urbani da vie di collegamento esterne.

A Milano la vera sfida in corso (nel quartiere Loreto) è quella di dare vita a zone residenziali integrate in cui far convivere abitazioni, uffici, luoghi del commercio e della produzione (sostenibile), servizi pubblici e spazi verdi. Tra gli obiettivi a breve scadenza vi è quello finalizzato alla riduzione del fenomeno del pendolarismo lavorativo onde contribuire al decongestionamento del trasporto nelle ore di maggiore intensità.

Ad offrire elementi di riflessione concorre il “Rapporto sull’investimento delle infrastrutture sociali in Italia” che nella crisi del decennio trascorso ha coinvolto anche gli investimenti attinenti ai servizi sociali in settori cruciali per il futuro benessere dei cittadini europei: salute, istruzione ed edilizia sostenibile. Per l’Italia il Rapporto ha proposto la messa in opera di un Piano straordinario da realizzare in 15 anni ad un costo stimato di circa 150-200 miliardi per le infrastrutture sociali. Un piano di tali dimensioni, non potendo essere totalmente finanziato da capitali pubblici, guarda ai capitali privati da attivare con strumenti finanziari innovativi e che contribuiscano al finanziamento delle infrastrutture sociali. Si pongono, quindi, in relazione le risorse finanziarie alimentate dalla programmazione europea 2021-2027 e dalla “Next Generation EU”, fra cui “InvestEU” il “Recovery Plan”.

In questo quadro assume rilievo l’avvenuta costituzione del Comitato Nazionale per l’Housing Sociale, che aggrega i soggetti più rappresentativi del settore allo scopo di porre in essere una capacità progettuale comune e condivisa per lo sviluppo di iniziative partenariali pubblico-privato.

Il dato che si auspica in questo momento storico è una rinnovata sensibilità e consapevolezza da parte della politica verso le nuove esigenze della collettività. Ad essa bisognerà dare risposte attraverso una forma di rigenerazione urbana e sociale che tenda alla costruzione di una comunità che curi, attraverso servizi collaborativi, le fasce deboli (poveri, malati cronici e non, anziani soli) che devono uscire dall’isolamento e che porti ad un approccio di welfare urbano.