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Ucraina-Russia, la trattativa in salita

Trump ondeggia ma ha una strategia

by Luigi Gravagnuolo
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La Primavera di Praga

 

Non prendetela per un paradosso, ma se la Federazione Russa temesse davvero un’invasione del suo territorio da parte dell’Ucraina – così sostengono al Cremlino – la migliore garanzia sarebbe l’adesione di Kiev alla NATO. La NATO è un’alleanza solo difensiva.

L’art. 1 del Trattato è inequivoco:

“Le Parti si impegnano, come stabilito nella Carta delle Nazioni Unite, a risolvere con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale in cui possano essere coinvolte, in modo da non mettere in pericolo la pace, la sicurezza e la giustizia internazionale, e ad astenersi, nei loro rapporti internazionali, dal ricorrere alla minaccia o all’uso della forza in qualsiasi maniera incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite”.

Dunque, se l’Ucraina entrasse nella NATO, si vincolerebbe ad astenersi “dal ricorrere alla minaccia o all’uso della forza in qualsiasi maniera incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite”. Qual è dunque il rischio dell’espansione della NATO per la Russia? Eppure tutti gli osservatori indipendenti che frequentano direttamente o indirettamente la Russia registrano la diffusa convinzione della gente di essere stati aggrediti dall’Ucraina su mandato della NATO.

Non mettiamo in dubbio che il popolo russo, bombardato dalla propaganda e privato dell’accesso alla conoscenza e a qualsiasi libera informazione, percepisca l’Alleanza atlantica come un’alleanza guerrafondaia, aggressiva e ostile alla Russia; né che tale percezione sia presente anche nella classe dirigente della Federazione. Ma con tutta evidenza non è la realtà. Putin lo sa bene. Eppure è convinto anche lui che l’Ucraina abbia ‘invaso’ la Russia. Da cosa deriva tale sentimento? Dalla convinzione che l’Ucraina non sia una realtà statuale esterna alla Russia, ma una sua provincia sulla quale Mosca ha in diritto incontrovertibile di esercitare la sua potestà politica.

Il fatto che i confini e la sovranità autonoma dell’Ucraina siano stati riconosciuti dall’ONU, agli occhi di Putin e di buona parte del popolo russo, è una interpretazione errata degli atti sottoscritti. Ai suoi occhi l’ONU prese solo atto dell’esistenza di una articolazione territoriale della Federazione russa chiamata Ucraina. Come l’Ossezia, il Daghestan e la stessa Crimea. Alla luce di tale lettura degli atti vigenti del diritto internazionale l’aggressività della NATO e la minaccia che essa rappresenta per il Cremlino stanno nel difendere la pretesa di indipendenza totale di Kiev dalla madre patria. E la minaccia è tanto più intollerabile in quanto per il Cremlino anche la Moldavia, i Paesi Baltici, la Polonia – in breve, tutti i Paesi parti degli ex imperi degli Zar e dei Soviet – sono ripartizioni territoriali della Russia.

Da questo punto di osservazione la NATO è un ostacolo da demolire o da far arretrare ad ovest fino a ristabilire i confini del Patto di Varsavia. La minaccia è l’art. 5 del Trattato:

“Le Parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le Parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, assisterà la Parte o le Parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre Parti, l’azione che giudicherà necessaria, compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza della regione dell’Atlantico settentrionale. Ogni attacco armato di tal genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza. Tali misure termineranno quando il Consiglio di Sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionale”.

È questo il contesto nel quale vanno analizzati gli approcci negoziali in corso. Ad Anchorage lo scorso 15 agosto Putin esplicitò a Trump le sue condizioni per un cessate il fuoco: riconoscimento formale dell’avvenuta annessione della Crimea, del Luhansk, del Donbass, di Karkiv, di Kerson e di Zaporizhia, ivi compresi i territori del Karkiv, Kerson, Donbas e Zaporizhia ancora sotto il controllo di Kiev; ogni futuro tentativo degli Ucraini di riprendersi quelle oblast sarebbe considerato come invasione della Russia; affermazione della appartenenza identitaria dell’Ucraina alla Russia con l’ufficializzazione della lingua russa alla pari con la lingua ucraina in ciò che resterà a Kiev; de-nazificazione dell’Ucraina, tradotto in volgare: imposizione di un presidente fantoccio a Kiev; infine, e del tutto consequenzialmente, mai Kiev nella NATO.

A fronte di questo vero e proprio diktat Trump, come ormai siamo abituati a vedere, ondeggia. Pare in balia volta per volta dell’ultimo che lo incontra e del livello di adulazione da questi espresso nei suoi confronti. In parte è così, ma il tycoon, al di là del suo narcisismo, ha una strategia. Tirare fuori gli USA dall’emisfero orientale del pianeta e prendere in controllo assoluto di quello occidentale, delle Americhe prima di tutto. Lui considera il Venezuela, Panama, il Brasile, il Messico, la Groenlandia, il Canada etc. alla stessa stregua con cui Putin considera l’Europa dell’Est, articolazioni territoriali degli USA. Il Messico, Panama e Brasile però sono sotto protezione – e controllo – di fatto – di Pechino; la Russia, tra Venezuela, Cuba e altri Paesi latinoamericani, è ancora presente nell’Occidente; Canada e Groenlandia sono gelosi della propria indipendenza e si stanno legando a doppio filo all’UE e all’UK.

Per Trump, la Russia è il minore dei suoi problemi attuali. Il nemico strategico principale è la Cina. E l’UE è solo un fastidio che rallenta le sue strategie. Che sono semplici: concordare con Xi Jinping e Putin il nuovo ordine mondiale; agli USA l’emisfero occidentale più l’Oceania, il Giappone ed altre loro casematte a presidio dei loro interessi nel Pacifico; alla Cina e Russia l’Oriente; l’Africa, il Medioriente, l’Est Europa, l’Artico ed altre zone saranno definiti sul terreno, lasciando che se li definiscano tra loro i contendenti locali anche con guerre circoscritte. A Xi e Putin pare che questo format piaccia, salvo precisare questioni di non poco conto, a cominciare da Taiwan.

L’assetto dell’Europa, in questo scenario, sarà dunque lasciato agli Europei. E qui si colloca la questione ucraina. Dalla sua conclusione dipenderà il futuro dell’intera Europa. La quale però si sta dimostrando molto al di sotto della sfida. Titubante, indecisa, farraginosa nei suoi iter decisionali, impreparata alla guerra ibrida, permeabile alla propaganda russa-cinese-iraniana, già sotto tiro nelle sue infrastrutture strategiche, si interroga se sia il caso o no di dotarsi di un sistema difensivo all’altezza delle esigenze.. E l’Ucraina scricchiola.

 

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