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Il popolo iraniano non chiede nuovi padroni

la democrazia non nasce da accordi tra potenze

by Rozita Shoaei
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L’autrice, iraniana della diaspora, è un’attivista di Donna-Vita-Libertà. Vive a Napoli. Non appartiene ad una particolare organizzazione della resistenza ne rappresenta alcuna. Si autodefinisce ‘attivista civile per i diritti umani, contraria alla teocrazia e a ogni forma di dominio imposto, interno o esterno. Sostiene una transizione democratica che nasca dalla società iraniana. Qui di seguito traccia per Gente e Territorio una mappa della galassia della resistenza.

 

In questi giorni si parla molto dell’Iran. Ma spesso se ne parla senza ascoltare davvero gli iraniani. Quelli che nelle strade affrontano i proiettili con il proprio corpo e con il loro desiderio di VITA. Una vita dignitosa e libera.

Questo non è un appello alla moderazione, né un esercizio di equidistanza. È una presa di posizione netta: contro la teocrazia, contro la violenza di Stato, contro ogni forma di dominio imposto, interno o esterno.

L’Iran non è una scacchiera geopolitica, né un problema da “risolvere” dall’esterno. È un Paese vivo, con una società complessa, stanca della repressione, ma anche profondamente consapevole dei rischi di un collasso imposto dall’esterno. Sì, il regime teocratico è feroce. Sì, le esecuzioni aumentano. Sì, le proteste continuano, nonostante arresti, morti e violenta repressione. Ma no: gli Iraniani non chiedono bombardamenti, colpi di Stato o leader imposti dall’esterno.

Oggi, dentro l’Iran, le posizioni sono molteplici:

I Mojahedin (MEK): non godono di consenso popolare in Iran. Sono sostenuti quasi esclusivamente da poteri occidentali e ambienti politici autoritari. Per la maggioranza degli iraniani rappresentano un passato violento e un’alternativa non credibile.

Il fronte monarchico: i monarchici “puri” sono una minoranza. Esiste una parte della diaspora che guarda a una monarchia costituzionale simbolica, ma all’interno dell’Iran questo consenso è limitato e frammentato.

Chi vede in Reza Pahlavi una figura di transizione: alcuni lo considerano una figura riconosciuta a livello internazionale, anche alla luce delle sue dichiarazioni democratiche.

Questo dato, però, non equivale a un consenso popolare né a un’investitura politica.

Chi chiede una vera Repubblica laica e democratica: probabilmente la corrente più ampia nella società iraniana. Ed è anche la più silenziata: senza leader mediatici, senza sponsor internazionali, senza protezione. È qui che vive lo spirito autentico di Donna, Vita, Libertà.

Chi teme il collasso del Paese: persone che fino all’ultimo hanno sperato in riforme interne, non per fiducia nel regime, ma per paura di uno scenario come Siria o Afghanistan.

Molti hanno perso fiducia anche nell’ultima illusione riformista, vedendo svanire ancora una volta ogni appiglio.

Il punto centrale, però, è questo:

👉 la libertà non può essere esportata con i missili.

👉 la democrazia non nasce da accordi tra potenze.

Rifiutare l’ingerenza esterna non significa assolvere il regime. Significa rifiutare che la lotta per la libertà venga trasformata in una guerra per procura. Ogni intervento che ignora la complessità della società iraniana rischia di distruggere il Paese invece di liberarlo. Il popolo iraniano non chiede nuovi padroni. Chiede spazio. Chiede voce. Chiede una vera democrazia: senza teocrazia e senza imposizioni dall’esterno.

Nessuna voce, da sola, può parlare a nome di un popolo intero. Ma il silenzio imposto a milioni di persone non può essere riempito da narrazioni costruite altrove.

Donna. Vita. Libertà: non una bandiera da sventolare, non uno slogan da usare, ma un processo lungo, fragile e profondamente iraniano.

 

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