Prima lezione: la democrazia è in crisi solo dove c’è.
Da decenni in Occidente ci tormentiamo sulla decadenza della democrazia. Di quella nostra e della democrazia in genere. La diamo per moribonda. O per uno zombie che vaga per il pianeta, apparentemente viva, di fatto morta dentro. E certamente non è che manchino i problemi, la stanchezza della democrazia è incontestabile. Poi ci accorgiamo che, con tutti i suoi problemi, essa è talmente viva che i popoli che non ne godono la desiderano, l’agognano, si battono per conquistarla, fino al sacrificio della vita.
Lo vediamo tutti i giorni in Ucraina, la cui gente è talmente assetata di democrazia da star resistendo da quattro anni ai criminali bombardamenti di Putin. Un popolo, quello ucraino, costretto al gelo perché tutte le sue centrali energigene sono state messe fuori uso, resistente al fronte pur nella sproporzione delle forze, indignato al solo chiedergli se sia disponibile alla resa.
Lo vediamo nei Paesi Baltici, che hanno cominciato ad assaporare la democrazia da poco più di un trentennio. Oggi sono i più determinati a chiedere alla NATO di dispiegarvi una congrua forza militare deterrente verso le sfrontate minacce di Putin.
Lo vediamo in Venezuela, dove nessuno ha mosso un dito per difendere dal blitz di Trump il despota Nicolas Maduro e dove senza clamore si spera in una transizione rapida verso la democrazia. Senza clamore perché la gente è ancora timorosa, nel Paese boliveriano spadroneggiano una ventina di cosche mafiose.
Ancora lo vediamo in Iran, dove decine di migliaia di donne, giovani, di persone di ogni età, etnia e pensiero politico sfidano a corpo nudo le famigerate ‘Guardie della Rivoluzione’, la ‘Polizia morale’ e i miliziani Basij. Meglio morire che vivere sotto una tirannia.
E lo vediamo infine anche negli USA, dove il novello Catilina sta tentando giorno dopo giorno di mettere fine allo stato di diritto. Quegli USA dove tuttavia la democrazia sta dimostrando una resilienza forse inaspettata dal tycoon: le elezioni di New York City e di Miami e quelle per i governatori del New Jersey, della Virginia, e della Georgia, Stati tradizionalmente repubblicani, sono tutte finite con sonore sconfitte per i candidati del Presidente; l’insofferenza diffusa verso le violente prepotenze della polizia antimmigrati, ICE out now!; la diffida al Presidente da parte del Senato – a maggioranza repubblicana – a non sconfinare dalle sue prerogative, specie in politica estera; le numerose sentenze dei tribunali che sempre più spesso bloccano le iniziative di Trump; e la Corte Suprema, a maggioranza repubblicana di 6 a 3, che pare orientata ad annullare come incostituzionali le unilaterali e lunatiche decisioni del Presidente sui dazi. Tutti segnali di vitalità della democrazia USA.
Seconda lezione: i tiranni, quando avvertono che stanno per essere vinti, alzano il livello della loro ferocia.
E più inaspriscono la repressione, più investono le loro risorse in armi e mandano al macello i loro giovani, più palesano la loro debolezza. Quando diventano bestie sanguinarie, è quello il momento di non lasciarsi intimorire, di non cedere alle pur terribili esecuzioni e stragi e di aumentare l’azione rivoluzionaria.
E oggi è questo il momento in cui le democrazie e i democratici del mondo intero devono mettere in campo ogni sforzo per sostenere, aiutare, incoraggiare i resistenti nei Paesi soggetti a dittature.
Come abbiamo sopra ricordato le democrazie occidentali non godono di buona salute, correttamente i politologi parlano di una ‘recessione democratica’ in corso. Traduciamo: si fa fatica a figurarsi i nostri giovani che espongono la propria vita per difendere lo stato di diritto. Sì, la nostra democrazia è vulnerabile. Se si abbandonano a se stessi i combattenti per la libertà e ci si lascia intimidire dalle minacce, non passerà molto tempo che il modello autocratico si espanderà al mondo intero.
Terza lezione: la transizione dal dispotismo alla democrazia è complicata e irta di insidie.
Ricordiamo tutti l’esito delle primavere arabe: guerre civili; sopraffazioni da parte di bande armate incontrollate; fanatici religiosi che si impadronirono di pezzi di territorio e vi imposero tirannidi ancora più bestiali di quelle appena abbattute; cinici approfittatori dei disordini che si arricchirono e continuano a farlo trafficando armi, uomini e risorse naturali.
Se cade un despota non è detto che subentri una democrazia. È imprescindibile governare con grande attenzione la transizione. Sotto questo profilo non troviamo biasimevole il ‘lodo Venezuela’ di Trump. A Caracas l’intelligence USA – grosso modo seguendo il modello di quella israeliana – si è infiltrata nei gangli del potere di Maduro fino a penetrare nel suo cerchio magico. Ha previamente concordato con la vice di Maduro, la Delcy Rodriguez, il passaggio delle consegne nelle sue mani e ora lei, d’intesa con gli USA, sta facendo i primi piccoli passi verso la progressiva istituzione di una costituzione democratica. Per il momento, gliene va dato atto, non si registrano significativi spargimenti di sangue. Vedremo come evolveranno i fatti, tante volte nella storia i disegni di gestioni moderate delle transizioni sono falliti. Per ora però pare che in Venezuela il lodo stia funzionando. Magari a scapito della sovranità dello Stato, che rischia il vassallaggio alla Casa Bianca. Ma alla fin fine meglio questo vassallaggio che un nuovo Maduro o qualcuno peggio di lui.
L’impressione è che il Presidente USA stia provando a ripetere lo schema anche a Teheran. Lì, al di là delle apparenze e nonostante il sostegno russo e cinese, la tirannide teocratica è ai titoli di coda. Sarà Pezeshkian il Delcy Rodriguez dell’Iran? E lui sarebbe disposto a ‘vendere’ la sua Guida Suprema al tycoon? E ancora, il popolo iraniano accetterebbe una transizione gestita da uno tanto complice del regime?
Si fa perciò strada l’ipotesi di Reza Pahlavi garante della transizione. Fino a pochi mesi fa questa ipotesi veniva respinta dalla grande maggioranza delle forze della resistenza. “Non stiamo morendo per tornare al passato”, si e ci dicevano. Ora, dopo le ultime sanguinose repressioni, anche tra le formazioni non e anti monarchiche della resistenza, si sta prendendo in considerazione questa prospettiva.
D’altronde, non fu così anche in Italia con la luogotenenza del principe Umberto II e il governo Badoglio?

1 comment
Riflessioni dubbi ansie orgoglio . Condivido tutto caro Luigi. Le storie e le esperienze degli altri popoli sono uno specchio?
In parte si. Tuttavia ogni popolo ha una propria spinta differenziata da altre.
Quali le esigenze stratificate nelle nostre popolazioni guidano verso un agognato cambiamento che si avverte in atto? Le insidie? Le paventate manipolazioni? Non tutto sappiamo comprendere. Siamo ancora condizionati dal contesto in cui viviamo.