Come rimanere indifferenti davanti alla tragedia di La Spezia? Un giovane all’interno di una scuola ne accoltella un altro, coetaneo, che muore poco dopo nonostante l’aiuto immediatamente prestato. Questa la nuda cronaca. Ma da queste scarne notizie si ricavano una serie di riflessioni che partono proprio dalle 5 W del testo informativo: chi, che cosa, dove, quando e perché. Due ragazzi studenti di un istituto professionale, immigrati di seconda generazione, italiani perfettamente integrati e non “marocchini” come direbbe qualche becero ma giovani che sarebbero potuti essere i figli di ciascuno di noi che litigano per futili motivi, forse una foto pubblicata non gradita all’aggressore, in una scuola in cui l’aggredito si era rifugiato pensando di poter essere protetto dalla violenza, almeno lì. Che dire? La scuola in quanto ente educativo può essere considerata responsabile di questa tragedia? Non si insiste abbastanza sull’educazione alla pace, sulla condanna di qualunque forma di violenza? Ma questo è un impegno che la scuola ha da sempre. Come l’attività costante e capillare svolta dai docenti sull’inclusione, sull’accoglienza, sulla necessità di non lasciare indietro nessuno. Anche contro tutti coloro che di queste parole sentono il suono ma non ne capiscono il senso e la necessità. La reazione della politica è ovviamente l’inasprimento delle misure coercitive, i controlli, i metal detector all’ingresso delle scuole. Inorridisco. Come si può pensare di sottoporre i ragazzi a questa misura come se entrassero in galera. Se solo la scuola fosse davvero supportata, se l’atteggiamento scelto non fosse sempre e solo quello della repressione forse, chissà, i fenomeni di violenza tra giovanissimi, che sono frequenti anche se molto raramente arrivano a queste conseguenze estreme, potrebbero ridimensionarsi ed assumere i veri connotati, quelli del disagio.
Eppure, è di pochi giorni fa la notizia del commissariamento da parte del Governo di quattro Regioni che non hanno accettato il piano di dimensionamento delle scuole. Tagliare, risparmiare, contrarre, forse anche esercitare un’azione autoritaria nei confronti dell’autonomia regionale, insomma invece di incentivare la presenza delle scuole come unico presidio di legalità e di corretta socialità specie nelle zone più interne del nostro territorio, si sceglie di chiudere, sguarnire ancora di più i piccoli centri già così penalizzati, insomma l’autoritarismo contro il dialogo. Il presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno ha esortato la scuola a essere un luogo di impegno attivo, responsabilità e speranza, con i giovani come protagonisti del presente e del futuro. La scuola come seminatrice di futuro non certo luogo di morte.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, in un comunicato, sottolinea che l’episodio di violenza non rappresenta un fatto isolato, bensì l’ennesima manifestazione di un fenomeno più ampio e ormai difficilmente contestabile: l’aumento della violenza giovanile, in particolare in ambito scolastico, come si può facilmente verificare osservando con continuità le cronache nazionali degli ultimi mesi e anni. “Siamo di fronte a un disagio profondo che attraversa una parte del mondo giovanile e che trova nell’ambiente scolastico un punto di emersione, spesso drammatico, perché è proprio lì che si concentrano tensioni emotive, fragilità identitarie e conflitti relazionali non elaborati”. È dunque urgente un cambio: dalla logica dell’emergenza a quella della prevenzione strutturale. Massimo Recalcati, nella sua introduzione al Festival internazionale dell’Economia 2025 di Torino, sintetizza 35 anni di riflessioni sul disagio giovanile contemporaneo. Propone due paradigmi: quello neolibertino, fondato sul consumo compulsivo e l’oggetto come gratificazione immediata, e quello securitario, segnato dal ritiro sociale e dalla paura del confronto con la vita. Secondo Recalcati, il desiderio autentico può divenire vocazione soltanto attraverso una trasformazione culturale che valorizzi la relazione, la legge interiore e la testimonianza affettiva. Il disagio dei giovani non è un problema individuale, ma una manifestazione della “mancanza di cura” in organizzazioni e società che privilegiano il numero sul nome proprio.
Insomma, attenzione e cura, dialogo e rispetto reciproco.
