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Alfabeto delle citazioni: P come progresso, povertà, pane, pietà…

Da La Ginestra di Leopardi

by Piera De Prosperis
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La pietas romana faceva parte integrante del cosiddetto mos maiorum, quell’insieme di doti e valori che distinguevano gli antenati che ne erano stati artefici e protagonisti dai moderni che ne erano privi e che avrebbero dovuto aspirare a riconquistare quei lontani comportamenti. La pietas era il senso del dovere, la devozione verso gli dei, i genitori, la patria, Il pius Aeneas, in un’epoca quale quella augustea di tentata restaurazione morale, rappresentava l’eroe- modello che la possedeva al massimo grado ed in tutte le sue declinazioni. La pietà sarà poi filtrata attraverso il Cristianesimo per il quale essa è uno dei sette doni dello Spirito santo ed assumerà il valore di delicatezza e rispetto verso il prossimo come riflesso del sentirsi tutti figli dello stesso padre. L’espressione fare pietà ha, però, paradossalmente una valenza dispregiativa, lo diciamo di qualcosa o qualcuno nei cui confronti ci sentiamo superiori: “provo pietà per te” sembra una minaccia, lascia presagire un aggressivo squilibrio tra le parti.

Nello Zibaldone (3607) Leopardi la definisce «l’affetto dolcissimo della pietà, madre o mantice dell’amore». Ed è proprio al senso che ne dà Leopardi che propongo la lettura di un classico della poesia italiana: La Ginestra in cui la social catena appare essere l’unica soluzione al nostro tragico destino che ci condanna ad una vita di sofferenza e dolore. Guerre, persecuzioni, genocidi si aggiungono ed aggravano una condizione esistenziale di miseria alla quale bisogna resistere tutti insieme come cespugli di ginestra che pur dovendo cedere allo sterminator Vesevo, emanano il loro profumo a consolare le deserte pendici del vulcano.

VV 1-37

Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor nè fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de’ mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell’impietrata lava,
Che sotto i passi al peregrin risona;
Dove s’annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covil torna il coniglio;
Fur liete ville e colti,
E biondeggiàr di spiche, e risonaro
Di muggito d’armenti;
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de’ potenti
Gradito ospizio; e fur città famose
Che coi torrenti suoi l’altero monte
Dall’ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola.

VV 145-157

Così fatti pensieri
Quando fien, come fur, palesi al volgo,
E quell’orror che primo
Contra l’empia natura
Strinse i mortali in social catena,
Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l’onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade, altra radice
Avranno allor che non superbe fole,
Ove fondata probità del volgo
Così star suole in piede
Quale star può quel ch’ha in error la sede.

VV 289- 317

Così, dell’uomo ignara e dell’etadi
Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
Dopo gli avi i nepoti,
Sta natura ognor verde, anzi procede
Per sì lungo cammino,
Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Nè sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.

Pessimismo combattivo, eroico, dunque, di cui solo l’uomo è capace, la cui forza si moltiplicherà grazie alla pietà. Unico sentimento su cui sarà possibile costruire una società nuova contro non solo la comune nemica, la natura, ma anche contro tutti coloro che si ergono a padroni del destino degli uomini.

 

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