Foto by Enciclopedia Treccani
Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo dell’attivista iraniana Rozita Shoaei. Per il nostro giornale, è necessario “condividere la responsabilità collettiva di gestire il trauma delle vittime, mantenere viva la memoria, avere cura dei siti storici e promuovere l’istruzione, la documentazione e la ricerca. Questa responsabilità comporta anche l’educazione sulle cause, le conseguenze e le dinamiche di tali crimini, per rafforzare la resilienza dei giovani contro le ideologie razziste.” Come scrive l’Unesco. (Il Direttore).
Ogni 27 gennaio il mondo ricorda la Shoah, lo sterminio sistematico di milioni di ebrei. Non si trattò solo di un crimine contro un popolo, ma di un fallimento morale collettivo, reso possibile dal silenzio, dall’indifferenza e dalla normalizzazione dell’orrore.
La Memoria, però, perde il suo significato se resta confinata al passato.
La storia ha già dimostrato che l’orrore non è un’eccezione irripetibile. Dopo la Shoah, l’Europa ha conosciuto di nuovo la pulizia etnica nei Balcani, durante le guerre dell’ex Jugoslavia. Il Sudafrica dell’apartheid ha trasformato la discriminazione in legge, dividendo gli esseri umani in degni e indegni. In tutti questi casi, il mondo ha saputo. E spesso è intervenuto tardi.
Oggi nuove forme di repressione e violenza sistemica si consumano sotto gli occhi della comunità internazionale. In Iran, migliaia di prigionieri politici vengono incarcerati, torturati e uccisi perché hanno osato pensare, chiedere, voler vivere una vita dignitosa e umana. In Palestina, un intero popolo continua a subire distruzione, disumanizzazione e negazione dei diritti fondamentali. In Afghanistan, la società è stata consegnata al silenzio, con le donne espulse dalla vita pubblica, dall’istruzione e dal futuro.
La storia insegna che i crimini contro l’umanità non iniziano improvvisamente. Iniziano quando la violenza viene giustificata, quando il linguaggio si svuota, quando la politica sceglie l’ambiguità invece della responsabilità.
Nessuno Stato può dirsi neutrale. Nessuna nazione può limitarsi a condanne formali. Dallo Stato più piccolo al più potente, dal Vaticano alle grandi potenze mondiali, esiste una responsabilità concreta: agire per fermare le violenze, colpendo i sistemi di potere criminali e non i popoli che ne sono vittime.
La stessa logica di sopraffazione emerge oggi anche in altri contesti geopolitici, come nel caso della Groenlandia, trattata come oggetto strategico anziché come terra abitata da una comunità con diritti e dignità.
Sentirsi solidali con i popoli iraniano, palestinese, afghano – così come con curdi, uiguri, rohingya e tutte le minoranze perseguitate – non è una presa di posizione ideologica, ma un dovere morale.
Domani la storia racconterà ciò che oggi sta accadendo. Racconterà anche chi ha parlato e chi ha taciuto. La Memoria, se non diventa azione, smette di essere un monito e si riduce a una commemorazione vuota.
