Niscemi
I recenti, sconvolgenti eventi che hanno colpito le regioni meridionali – Calabria, Sicilia e Sardegna in particolare – inducono ad alcune riflessioni sul tema dei cosiddetti disastri naturali alle quali dovrebbero prestare attenzione coloro che, sia sul versante pubblico che privato, si occupano di pensare-pianificare-progettare-costruire-governare città, territori, ambienti e paesaggi.
I termini della questione.
L’espressione disastri naturali contiene una mezza verità e una mezza bugia. La mezza verità attiene all’attribuzione della causa primaria dell’evento che ha determinato il disastro ad un fenomeno che si genera in natura: un terremoto, un’eruzione vulcanica, un nubifragio, una tempesta, un’alluvione e via dicendo. Affermazione del tutto vera dato che fenomeni simili non possono essere di origine antropica. La mezza bugia emerge quando si parla degli effetti che questi fenomeni determinano in termini di vittime e di danni materiali, perché per questo aspetto vi è sempre una concausa di natura antropica che riguarda il rapporto distorto che da molto tempo abbiamo con l’ambiente naturale.
Provo a spiegarmi con riferimento a tre fenomeni naturali.
Il primo è il terremoto, vale a dire il più imprevedibile che ci sia. E’ del tutto evidente che se un terremoto avviene in una zona desertica non si hanno né vittime né danni materiali. In questo caso la scala Mercalli – che misura l’intensità dei danni arrecati – direbbe che è un terremoto di Grado 1 (impercettibile, registrato solo dai sismografi) mentre la scala Richter – che misura l’energia/magnitudo – segnerebbe il reale valore di intensità. In estrema sintesi: una cosa è la causa, altra cosa sono gli effetti. Avendo chiara questa distinzione si comprende che un terremoto produce danni solamente se laddove si verifica sono presenti costruzioni materiali e persone. Dunque, se un territorio è situato su una faglia – ad esempio quello a cavallo dello Stretto di Messina – ed è urbanizzato, vale a dire coperto di costruzioni e abitato, è certo che verrà colpito dagli effetti del terremoto e l’unica possibilità che l’evento naturale non causi un disastro è che l’urbanizzazione sia avvenuta rispettando le regole per le costruzioni in zona sismica. Se questo non è avvenuto l’evento è naturale ma il disastro è antropico. Purtroppo, se si osserva in che modo sono state urbanizzate le fasce costiere calabresi e siciliane a cavallo dello Stretto, si deve concludere che in caso di terremoti di una certa intensità (in scala Richter) i disastri sarebbero molto probabili.
Il medesimo ragionamento si può sviluppare a proposito di un secondo fenomeno, quello vulcanico: stessa imprevedibilità (anche se minore di quella del sisma) e stessa imponente capacità distruttiva che, tuttavia, può causare un disastro solamente se le aree colpite dalle sue eruzioni sono urbanizzate. La memoria dell’eruzione del 79 d.C. che ha causato la distruzione di Pompei ed Ercolano spiega perfettamente la dinamica dell’evento naturale e della sua trasformazione in un disastro di enormi dimensioni. Allora, alla luce delle conoscenze scientifiche ben diverse da quelle di 2.000 anni fa, è facile oggi capire che se le pendici del Vesuvio vengono urbanizzate in modo indiscriminato (vi sono 13 Comuni per un totale di 550.000 persone) vi è un’altissima probabilità che in caso di eruzione (di origine naturale) si verifichi un disastro (di origine antropica). Tra l’altro, a differenza del sisma, nel caso delle eruzioni vulcaniche non esistono regole costruttive in grado di fronteggiarne gli effetti: si può solamente non edificare.

Giampilieri
Il terzo fenomeno è quello che più attiene a quanto avvenuto nei giorni scorsi in Calabria, Sardegna e Sicilia a causa del cosiddetto ciclone Harry.
A questo proposito va ribadito preliminarmente che sappiamo che fenomeni di questa portata sono incrementati dai cambiamenti climatici in atto. Ma poiché c’è ancora chi nega l’esistenza di questo fenomeno, che ha una chiara origine antropica collegata ai processi di industrializzazione avviati a partire dalla seconda metà dell’800, è bene ribadire che il mondo scientifico non ha alcun dubbio in proposito. E’ falso dire che ci sono opinioni diverse perché se si guardano le pubblicazioni scientifiche sull’argomento si vede che su decine di migliaia di articoli pubblicati in riviste sottoposte a peer review, solo alcuni non concordano sulle responsabilità degli uomini (Tozzi, Caro Sapiens, 2025, p.106). Restano insignificanti minoranze ma, purtroppo, particolarmente pericolose perché legate alla difesa dei macroscopici interessi del mondo dei petrolieri.

Sarno
Detto questo, le devastazioni del ciclone Harry hanno riguardato in prevalenza le fasce costiere, mettendo a nudo una cosa da tempo conosciuta: la dissennata edificazione che è stata consentita – o non impedita – su alcune delle parti più sensibili del territorio. Lì abbiamo visto divelte linee ferroviarie, franate strade, demoliti edifici residenziali e costruzioni balneari, fino a episodi macroscopici come la frana di Niscemi che ha reso inagibile un’ampia porzione della città costringendo ad evacuare 1.500 persone che hanno perso definitivamente le loro case.
Ebbene solamente chi ha memoria breve può aver dimenticato episodi analoghi: le alluvioni-frane di Sarno (1998), di Giampileri (2009), di Ischia-Casamicciola (2022 e 2025), tutti eventi naturali trasformati in disastri dalle dissennate azioni umane.
Vedremo nei prossimi giorni che tipo di provvedimenti verranno assunti dal Governo, dalle Regioni e dalle altre Istituzioni interessate, ma con ogni probabilità si tratterà di misure di ristoro dei danneggiati, di ripristino ove possibile dei danni e di qualche intervento di difesa ambientale.
In realtà quello che occorre è tutt’altra cosa.
Occorre, in primo luogo, cambiare completamente registro prendendo atto che l’ambiente naturale è caratterizzato da una conformazione morfologica complessa, da un sistema idrogeologico dissestato, da un’elevata pericolosità sismica e vulcanica e da una completa immersione nel mare, tutti fattori che rendono l’intero Paese pericoloso. Se a questo si aggiunge che il territorio (case, scuole, ospedali, edifici storici, strade, ponti e quant’altro) è vulnerabile, ossia scarsamente protetto, allora gli scienziati ci spiegano che il rischio aumenta in quanto: Rischio = Pericolosità x Vulnerabilità.

Ischia
Dunque, dobbiamo dire definitivamente basta con operazioni del tutto inutili e fortemente dannose come la costruzione del Ponte sullo Stretto (La FeniceUrbana, La farsa del Ponte, Quaderno 1, 2025) e attuare un imponente piano di difesa del suolo: consolidamento dei versanti, rimboschimenti, regimentazione delle acque, protezione delle fasce costiere, adeguamento sismico, monitoraggio dei fenomeni.
Occorre, in secondo luogo, rifondare l’urbanistica che ha da tempo abbandonato la pianificazione (ovvero il progetto di futuro) pensando di sostituirla con i progetti urbani (l’idea delle archistar) sostenuti da devastanti innovazioni come l’urbanistica contrattata e le compensazioni, fino alle estreme distorsioni della nuova edificazione tramite un’autodichiarazione (SCIA-Segnalazione Certificata di inizio attività) che abbiamo visto all’opera a Milano.
E’ tempo che questo declino si arresti e la nuova urbanistica chiuda definitivamente la stagione della sudditanza alla rendita fondiaria, della speculazione edilizia e dell’abusivismo prima non controllato e poi condonato, sostituendola con quella della rigenerazione urbana sostenibile. In questo contesto si dovrà anche introdurre una nuova, difficile prassi: la de-urbanizzazione, vale a dire l’abbandono degli insediamenti in aree a forte rischio trasferendo altrove manufatti e persone.
Solamente praticando contemporaneamente i due percorsi della difesa del suolo e della rigenerazione urbana sarà possibile – in tempi non brevi – evitare il ripetersi dei disastri che stiamo vedendo e restituire dignità al territorio del nostro Paese.
