“Un giovane uomo è in attesa davanti un ambulatorio, tormentando nervosamente con le mani il lungo filo di kevlar attorcigliato ai suoi fianchi, mentre si confida con i presenti, parlando senza inibizioni. È sieropositivo all’HIV dice, raccontando la vita prima della diagnosi: l’infanzia in una famiglia cattolica, la vita convulsa e frenetica tra Milano e Napoli, l’insoddisfazione, l’alienazione, il vuoto emotivo, le relazioni superficiali. Infine le analisi e la sentenza, inizio di un cammino personale che lo conduce ad una nuova prospettiva sulla malattia, non più condanna, ma sprone per un’esistenza rinnovata, che smantelli il pregiudizio sui corpi divisi in ‘sani’ e ‘disabili’. Una dicotomia esplicitata fin dal titolo: ‘positivo’ è il riscontro clinico, ma lo è anche l’amore taumaturgico. Come quello della donna che non l’ha mai abbandonato e che lui aspetta per condividerne il destino. Qualunque esso sia. E da insopportabile vincolo, il filo si tramuta in legame indissolubile e ancora di salvezza”.
