Precedenti: https://www.genteeterritorio.it/arrivare-al-cairo-viaggio-in-una-metropoli-infinita/
Per svegliarsi al Cairo non serve la sveglia: il canto del muezzin mi strappa al sonno prima ancora dell’orologio. È una voce antica che scivola tra i palazzi e si infila nelle finestre socchiuse degli hotel lungo il Nilo. La città, sotto, risponde con un brusio crescente.
Scendo in strada con ancora addosso il profumo del tè bevuto da un bicchierino di vetro sinuoso: all’inizio mi era sembrato troppo forte, poi ha iniziato a piacermi e infine mi sono accorta che mi stava rimettendo in piedi. Incontro la guida con cui avevo appuntamento e via, in marcia verso Giza.
La strada verso le piramidi è un lento cambio di scena. I palazzi si diradano, il traffico si fa meno feroce, mentre la guida parla di storia, aneddoti e leggende. All’improvviso la linea dell’orizzonte si spezza: triangoli di pietra emergono dalla foschia come apparizioni. Eccole lì, le piramidi. Vederle dal vivo è un’emozione intensissima, quasi spiazzante: non avevo mai visto nulla di simile e, allo stesso tempo, mi sembrava di conoscerle da sempre.
Erano nei miei occhi dai mille documentari, dalle foto dei libri di viaggio, ma soprattutto da quel disegno ingenuo sul sussidiario delle elementari, con il cielo così azzurro e la sabbia così gialla. Eppure, solo da vicino capisci davvero le dimensioni, senti il peso della pietra, la fatica del tempo che le ha modellate e, incredibilmente, risparmiate.
Chi le ha costruite, davvero? Schiavi? Operai retribuiti? O addirittura gli alieni? La guida sorride appena, poi offre la spiegazione più dignitosa e rispettosa per il suo Paese: furono lavoratori specializzati, organizzati, nutriti e pagati dallo Stato. Di fronte alle teorie più stravaganti scuote la testa. «Sono gli americani», dice, «a inventarsi storie assurde. Non hanno un passato così antico e allora mettono il naso in quello degli altri».
Eppure, davanti alle piramidi, la mente vacilla: costruzioni di una tale vastità, tirate su con strumenti rudimentali, senza la ruota, senza acciaio, senza macchine. Razionalmente so che è stata l’intelligenza umana a renderle possibili. Emotivamente, però, un’ombra di dubbio resta, non sugli alieni, ma sulla nostra tendenza a sottovalutare l’ingegno umano.

A sciogliere o alimentare ogni dubbio ci pensa l’enigma della Sfinge: creatura sospesa tra la potenza istintiva del corpo animale e la lucidità vigile del volto umano. È lì, immobile da millenni, posta sul confine tra ciò che capiamo e ciò che ci sfugge. Guarda l’infinito con l’aria di chi ha attraversato troppe ere per concedersi ancora lo stupore. Lo stupore, semmai, è tutto nostro: turisti in cerca dell’inquadratura perfetta, file di cammelli bardati che trasportano pazientemente viaggiatori chiassosi, e quella sabbia che si infila ovunque e ti lascia addosso la certezza che, davanti a tanto, sei poco più di un granello nel deserto.
Rientrando verso la città, mi fermo per uno spuntino veloce: falafel e koshary, piatti tipici egiziani che si mangiano tra i carretti di strada e nei ristoranti, accompagnati dall’eccellente succo di mango, per conoscere davvero il sapore del luogo. Nel pomeriggio è il momento giusto per rifugiarsi nel Grand Egyptian Museum, per tutti il GEM, inaugurato da pochi mesi: è il doppio del Louvre e qui in molti lo chiamano già la «Quarta Piramide di Giza». Ci sono voluti vent’anni di lavori e un investimento milionario per realizzare questo museo monumentale, una dichiarazione di modernità che dialoga con l’antico. E sì, è davvero bellissimo.

D
entro, il passato è un racconto immersivo: statue colossali che sembrano respirare, maschere dorate, frammenti di vita quotidiana di tremila anni fa esposti con una cura quasi intima. La maestosa scalinata dell’atrio è un’attrazione in sé, un percorso nell’Antico Egitto. Attraverso le sale con la sensazione di varcare un ponte: da una parte il caos pulsante del Cairo di oggi, dall’altra il silenzio potente delle dinastie faraoniche. L’attrazione principale del GEM è la Galleria di Tutankhamon, con la celebre maschera funeraria. È il punto più affollato del museo, con il classico effetto “Gioconda”: tutti in coda per una foto ricordo.
All’uscita, il sole comincia a scendere e la città riprende possesso dei sensi. Il muezzin, di nuovo, chiama alla preghiera, le luci si accendono una a una, il traffico si fa ancora più denso, il Nilo riflette strisce tremolanti di arancio e verde e, dalla terrazza del Kempinski, il Cairo mi regala un’ultima vista mozzafiato, insieme alla certezza di averne visto troppo poco e al desiderio di tornare.
