Con gli scontri di Torino di sabato scorso gli anni di piombo non ‘ci azzeccano’. E neanche la vicenda della lotta armata dell’ETA alla quale il nome Askatasuna rinvia. Più pertinente è il rinvenimento delle radici nell’antagonismo NO GLOBAL di Genova 2001 e nei gruppi NO TAV della Val di Susa. Anche per questi precedenti però si può parlare di analogie, non di totale conformità. La differenza di fondo la fanno i contesti e le motivazioni.
Gli anni di piombo, anni ‘70 e ‘80, si snodarono nel contesto combinato del Sessantotto e della Guerra Fredda. Il grande movimento libertario del Sessantotto, che unì rivendicazioni sociali della classe operaia e della medio-piccola borghesia a una spinta verso la liberazione dei costumi e l’espansione dei diritti civili, fu ampliamente infiltrato dai servizi sovietici, cinesi e del mondo arabo-palestinese, che addestrarono, armarono e diedero copertura politica alle varie BR, Prima Linea, Nap etc. Dall’altra parte la reazione avversa al Sessantotto portò a tentativi di golpe e all’organizzazione di bande armate di segno opposto, alcune infiltrate dalla CIA, che adottarono presto una strategia ‘stragista’ in combutta anche con la criminalità organizzata. Tra queste i Nar furono l’organizzazione più attiva.
Il Sessantotto e gli anni di piombo. Inizialmente a sinistra non c’erano formazioni organizzate che si preparavano agli scontri. Ce n’erano viceversa a destra tra i giovani neo-fascisti. Gli scontri di piazza di quei primi anni vedevano fronteggiarsi i cortei del movimento studentesco e gruppi di squadristi di estrema destra che li attaccavano, spesso e volentieri fiancheggiati dalle Forze dell’Ordine.
L’asta si alzò quando i gruppi del Sessantotto cominciarono a mettere in piedi i loro ‘servizi d’ordine’ per difendersi dagli assalti degli squadristi. Tali servizi d’ordine passarono presto da una postura meramente difensiva ad una di attacco, con gli assalti alle sedi del MSI e di altre formazioni di destra. Azioni restituite dai neo-fascisti con altrettanti agguati e assalti alle sedi dei gruppi del Sessantotto. Anche in questo passaggio le forze dell’ordine guardavano da una parte sola o giù di lì. Fu quindi naturale lo slittamento del bersaglio dell’estrema sinistra dal neofascismo allo Stato in sé. E siamo alla stagione dell’ ‘assalto al cuore dello Stato’, il cui livello più acuto fu raggiunto col sequestro e l’esecuzione di Aldo Moro. Si stima oggi che a fine anni Settanta fossero attivi in Italia circa duemila membri di gruppi armati dell’una e dell’altra parte e oltre diecimila fiancheggiatori che si curavano della propaganda e dell’arruolamento.
Alla fine di quella stagione si contarono oltre mille feriti e 370 morti: 197 uccisi in agguati terroristici, 135 vittime delle stragi (come Piazza Fontana, Italicus, Bologna, ecc.) e 38 morti in episodi di violenza politica di strada.
E c’erano le motivazioni. Per quanto possa sembrare insensate, quei brigatisti erano convinti che stavano lottando per il comunismo perseguendo una via rivoluzionaria. Insomma, stiamo parlando di tutt’altra cosa rispetto alle vetrine dei negozi scassate ed alla ricerca fine a se stessa dello scontro con le forze dell’ordine di sabato scorso.
Nè è convincente il richiamo all’esperienza dell’ETA, il gruppo armato dei separatisti baschi che per mezzo secolo si scontrò militarmente con l’esercito della Spagna fino al suo scioglimento nel ‘20. In quel caso c’era una motivazione forte, l’indipendenza dei Paesi Baschi dalla Spagna. Fu una sorta di lotta tardo-risorgimentale per la patria libera e indipendente con forti accenti socialisteggianti, non un’esplosione di furia distruttiva fine a se stessa.
Notevoli sono invece le analogie con Genova 2001, la manifestazione degli antagonisti NO-GLOBAL provenienti da tutta Europa e radunatisi nel capoluogo ligure per contestare la riunione dei G8 che ivi si teneva. Gli scontri furono violentissimi, con dinamiche di guerriglia urbana molto simili a quelle di Torino di sabato scorso. Vi perse la vita il giovane Carlo Giuliani, colpito da una pistolettata mentre assaltava una camionetta dei carabinieri. Si verificarono altresì episodi di inaudita violenza perpetrati dalle Forze dell’Ordine alla scuola Diaz e alla Caserma Bolzaneto. Fu anche il battesimo del fuoco in Italia dei black block, organizzazione di dubbio orientamento ideologico specializzatasi in intrusioni nelle manifestazioni di piazza in margine alle quali consumano atti di vandalismo e attacchi alle forze dell’ordine. Ma vivaddio, anche in quel caso, a Genova 2001, c’era una motivazione per così dire ‘ideale’, la lotta alla globalizzazione.
Per parte sua il movimento della Val di Susa NO TAV, sorto negli anni Novanta per cercare di impedire la realizzazione della linea ferroviaria di alta velocità Torino-Lione e che man mano si è trasformato in una sorta di fucina di attivisti addestrati alla guerriglia urbana, aveva un obiettivo concreto, perseguito in nome di un’idea di società non violentatrice dell’ambiente naturale a vantaggio delle infrastrutture della logistica capitalista. Anche in questo caso c’erano e tuttora ci sono delle motivazioni a loro modo ‘ideali’.
Il dato nuovo, originale di Askatasuna è di non avere alcun disegno ‘ideale’ di trasformazione della società. La manifestazione di sabato scorso era stata indetta per protestare contro lo sgombero dell’immobile da loro occupato e utilizzato per attività sociali, culturali e per addestramento alla guerriglia urbana. Nessuna visione generale della società, solo la pretesa di avere il diritto di appropriarsi con la violenza di un bene privato. Ovvio che lo Stato non possa sottrarsi al suo dovere e debba intervenire per estromettere gli occupanti abusivi dai luoghi di cui si appropriano. Che molte volte sono dei Comuni o di altri Enti Pubblici, cioè sono ‘beni comuni’. Vale per Askatasuna a Torino, come per i camorristi che a Scampia o nel Parco Verde di Caivano si appropriano delle case popolari e le ‘assegnano’ ai loro protetti. E dovrebbe valere per Casa Pound in via Napoleone III a Roma, dove viceversa lo Stato fa spallucce.
Tornando a sabato scorso a Torino, la manifestazione era stata dunque convocata per affermare il diritto di Askatasuna di appropriarsi di un immobile al di fuori di ogni profilo di legalità. Al di là della conclamata volontà di mettere in atto una prova di forza con i tutori delle leggi del nostro Stato – che è uno Stato democratico, non dimentichiamolo – era la motivazione stessa della convocazione a dover suggerire a tutte le formazioni politiche democratiche, anche a quelle della sinistra verde e libertaria, di tenersene lontane. Alcune di queste non lo hanno fatto, legittimando dal loro punto di vista il diritto di Askatasuna di appropriarsi con la forza di un bene altrui. Inevitabile la gogna mediatica in cui sono finite. Ed è ridicolo, lasciatemelo dire, che si tiri fuori a propria discolpa la storiella degli scontri organizzati surretiziamente dalla maggioranza di governo per costruirsi l’alibi per restringere gli spazi di democrazia in Italia. Suvvia, sarebbe più dignitoso ammettere di aver fatto un errore politico.
