Foto by Azione Francescana
L’ostensione delle spoglie mortali di San Francesco, nella Basilica di Assisi, è per i credenti un autentico “evento di grazia”, questa la definizione che spesso viene data a riti di questa rilevanza e che, come nel caso specifico, sono accompagnati da un clamore mondiale.
Se appare semplice trovare una definizione rintracciando i termini giusti nel particolarissimo “vocabolario ecclesiale”, è assai più impegnativo rispondere a un’altra domanda: perché? Insomma: perché i frati minori conventuali della cittadina umbra hanno deciso di esporre quel che resta del corpo del loro Fondatore? L’occasione è ben nota: il Poverello d’Assisi morì il 3 ottobre del 1226, ottocento anni fa. Un passaggio di otto secoli al quale è quasi difficile credere considerata l’assoluta modernità del Santo, un “genio” secondo i canoni degli uomini – non si dimentichi il suo ruolo nella nascita della lingua italiana – ma anche colui che, più di ogni altro, ha saputo imitare Gesù fino a rendere evidente, nella sua carne, la definizione di “alter Christus”. Moderno fino al punto che Papa Pio XII, il 18 giugno 1939, lo proclamò patrono d’Italia insieme a Santa Caterina da Siena. In quegli anni difficilissimi e tragici, San Francesco era simbolo dell’unita del Paese. Al Pontefice fu attribuita la definizione, rimasta celebre, “il più santo tra gli italiani, il più italiano tra i santi”. In realtà, come si è evinto da una ricerca storica di Monsignor Felice Accrocca, Vescovo eletto di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno (prima ancora Arcivescovo di Benevento) e tra i maggiori esperti al mondo di francescanesimo, sono parole di Vincenzo Gioberti, sacerdote, teologo, filosofo, patriota e politico. Non cambia la sostanza: è una definizione efficacissima nello spiegare perché Francesco sia il santo patrono d’Italia.
Se l’anniversario è l’occasione per esporre le spoglie di San Francesco, resta la domanda sulle ragioni che abbiano portato i francescani a decidere per l’ostensione, che attrarrà nella chiesa inferiore della Basilica di Assisi centinaia di migliaia di persone (centomila solo nella prima settimana, già questo ci fa comprendere quanto sia amato Francesco). La fede fa pensare al pellegrinaggio fino alla venerazione di quel corpo come al cammino verso un incontro con un santo che, anche dopo aver incontrato “sorella morte corporale”, continua a parlare all’uomo di oggi con parole di pace, di fratellanza, di mitezza, di autentica letizia, di cura del creato, casa comune. La preghiera rende ancora più forte il messaggio eloquente di quel corpo perché – come scrisse lo stesso Francesco nel “Cantico delle Creature” – sono “beati quelli che si troveranno nella tua volontà poiché loro la morte non farà alcun male”. A ben vedere però la fede e la santità non lasciano indifferenti i non credenti, meno abituati a comprendere il valore stesso di una reliquia. L’invito di Francesco, che quei resti mortali consentono di sentire più vicino, è, nella sostanza, rivolto a tutti se è vero che i suoi insegnamenti, se vissuti in maniera piena, portano conseguenze positive nella vita di ciascuno e nella società civile. La pace, per esempio, non è valore dei soli credenti, ma di tutti. Ed è altrettanto evidente che, senza la pace, nulla è possibile all’umanità.
Il segno di Francesco ha lasciato tracce indelebili proprio a Cava de’ Tirreni, dove i frati minori del Santuario di San Francesco e Sant’Antonio è punto di riferimento sin dal 1500. Si racconta che l’instancabile Poverello d’Assisi fu viandante anche nella provincia di Salerno: visitò Amalfi, dove pregò sulle spoglie dell’apostolo Andrea e poi fondò l’antico convento di Santa Maria degli Angeli; ad Agropoli predicò ai pesci da una roccia nel mare che prese il nome di Francesco; e poi ancora visitò Ravello e Vietri sul Mare. È il santo che si mette in cammino consumando i suoi sandali. La Chiesa in uscita, che si mette alla ricerca dei fratelli e delle sorelle, non può che guardare a Francesco.
