Crediamo possa essere utile provare ad interpretare gli atti e le strategie in corso in Medio Oriente da parte dei vari protagonisti. Ci proviamo schematizzando, quindi con tutte le omissioni del caso.
Israele. L’eccidio del 7 ottobre ha risvegliato nell’animo degli Israeliti i fantasmi della Shoah. Ora l’obiettivo di Tel Aviv è la soluzione finale, chiudere una volta e per sempre lo stato di guerra permanente con l’Iran e i suoi proxi. Netanyahu, e con lui la stragrande maggioranza del popolo israeliano, non si fermerà finché non sarà certo che la mezzaluna sciita sarà stata annientata.
Iran. Anche gli ayatollah di Teheran cercano la soluzione finale. Non hanno intenzione di sotterrare l’ascia di guerra fino alla distruzione di Israele. A questo fine, e come deterrenza verso chi volesse colpirli, provano da anni anche a dotarsi della bomba atomica. Intanto hanno raffinato le tattiche militari a Gaza: una rete di tunnel sotterranei di cemento armato custodisce i loro arsenali e i loro gruppi dirigenti. Hamas ha dimostrato che così, pur nella sproporzione delle forze, si può resistere per anni. Anche loro possono farlo, per mesi se non per anni. Sanno che la società civile statunitense non regge a lungo. Trump, che aveva promesso agli Americani di non spendere più un dollaro e di non inviare più un soldato fuori dall’emisfero occidentale, è ai minimi storici di consenso secondo i sondaggi. Se rimanesse imbrigliato nel Golfo fino alla vigilia delle elezioni del midterm (novembre) perderebbe il controllo del Congresso e del Senato e finirebbe sotto impeachment. È l’obiettivo degli ayatollah. Ma, rispetto a quella di Gaza, la società civile iraniana, tra distinzioni etniche e aneliti di libertà civili, è meno coesa. Sotto i bombardamenti israelo-americani alcuni gruppi di opposizione potrebbero insorgere contro il clero sanguinario, scatenando una guerra civile. L’impressione però è che i bombardamenti e l’eliminazione fisica di Kamenei e di buona parte del suo gruppo dirigente abbiano finora sortito l’effetto contrario a quello sperato da USA e Israele. Il grosso del popolo iraniano sembra essersi stretto a difesa della propria leadership.
Russia. Putin si trova in una posizione ambivalente. Per un verso la guerra del Golfo, con la conseguente crisi del petrolio, si prospetta come un’occasione insperata per vendere il suo petrolio, che era sceso ormai al prezzo di svendita di meno di 40 dollari a barile. Ora può piazzarlo a migliori condizioni, con relativi benefici per la disastrata economia russa. La stessa crisi del petrolio gli consente altresì di uscire dall’isolamento internazionale offrendolo anche agli USA e all’Europa. Trump – al quale dell’Ucraina e dell’UE non può ‘fregar de meno’ – già pare starci e nell’Europa crescono le insofferenze verso la rigidità della linea filo-Ucraina. Sotto questo rispetto allo zar converrebbe che la Guerra USA-Iran continuasse. Però ci sarebbe il rischio, se non la certezza, della defenestrazione di Trump dalla Casa Bianca e di un ritorno dei dem. Per lui la più grande minaccia. Sotto quest’altro rispetto Putin avrebbe tutto l’interesse a che il confitto si fermi, magari con una vittoria solo propagandistica degli USA, che faccia risalire Trump nei sondaggi e lasci intatto l’assetto interno dell’Iran. Situazione complicata, difficile destreggiarsi. Ma Putin ha dimostrato di avere straordinarie capacità politiche. Vedremo.
Cina. Pare stia solo a guardare, in realtà supporta a tutto tondo l’alleato iraniano; pur stando ben attenta a non provocare uno scontro aperto con gli USA oggi. I mandarini hanno tutto l’interesse a che Trump resti imbrigliato in una guerra di lunga durata, con conseguente dispendio di dollari e consumo di armamenti. Intanto si offrono al resto del mondo e alla stessa UE come un possibile partner, qualora vogliano rendersi autonomi dagli USA.
Paesi arabi. Contrariamente a quanto si pensa, hanno una dotazione militare stratosferica rispetto a quella dell’Iran. Negli ultimi anni, avvicinatisi all’Occidente, hanno anche avuto una crescita prodigiosa di benessere, grazie al petrolio e al boom del turismo. E la società civile dei Paesi arabi si è molto evoluta. Gli Emirati oggi sono al settimo posto nel mondo tra i Paesi con l’indice più basso, cioè con le minori diseguaglianze, nel rating della diseguaglianza di genere. Per farsene un’idea: l’Italia è al 14° posto. Peraltro, sotto il riguardo dell’ideologia religiosa, l’asse sciita, che ha nella suprema guida di Teheran il punto di riferimento religioso, non sta tenendo. Il Bahrain, a maggioranza sciita, è filo-occidentale ed è oggi fatto oggetto degli attacchi dell’Iran. Così, sul versante caucasico per quanto riguarda l’Azerbaigian, anch’esso a maggioranza sciita e colpito dai missili iraniani. Per i Paesi arabi, ed ora anche per la Turchia e Paesi turkofoni, la priorità è di mettere fine alla guerra, meglio se col rovesciamento della teocrazia a Teheran. Intanto si stanno difendendo.
Ucraina. A specchio è in una difficoltà analoga a quella della Russia. Per un verso la guerra del Golfo, calamitando su di sé le attenzioni, gli armamenti e le risorse economiche degli USA e di una parte dell’UE, la rende più vulnerabile. Per un altro verso il conflitto le sta offrendo l’occasione di mettersi al centro della dialettica geopolitica grazie al carattere innovativo delle sue armi difensive, in particolare quelle antidroni, più evolute addirittura di quelle USA e israeliane. Zelenskij le sta offrendo ai Paesi arabi e agli stessi USA, mettendosi così in posizione di favore nel ‘grande gioco’ in atto. L’interesse di Kiev è contraddittorio: il protrarsi della guerra porterebbe all’impeachment di Trump col ritorno degli amici dem alla Casa Bianca; la sua fine immediata faciliterebbe il ritorno dell’attenzione del mondo occidentale sulla sua vicenda.
USA. Il lunatico presidente, preoccupato dall’andamento dei sondaggi e dal possibile impeachment sul fronte interno e su quello esterno dalla crescita militare e tecnologica della Cina, ha deciso di bruciare i tempi. Verificate le deboli capacità reattive della Cina nella vicenda venezuelana e convintosi che Pechino non abbia ancora la forza per contrastare la potenza militare degli USA, ha giocato di anticipo. Un blitzkrieg di pochi giorni, dopo il successo della cattura di Maduro a Caracas, gli avrebbe restituito il carisma del predestinato. La sua prima opzione era per una soluzione ‘venezuelana’. Non aveva capito granché, l’Iran non è il Venezuela. Contava su una disponibilità di una parte del regime a collaborare per la gestione della transizione, o in alternativa sulla rivoluzione del popolo. Voleva e vuole la certezza che l’eventuale nuovo governo di Teheran non sia allineato a Pechino. Della libertà del popolo iraniano e dei diritti delle donne gli interessa poco e niente. Finora non ha trovato sponda tra le file del regime ed è difficile che le troverà. Comincia quindi a raccontare che ha raggiunto tutti gli obiettivi e che può decidere di fermare la guerra. Raggiunti tutti gli obiettivi? Con gli ayatollah ancora al potere, lo stretto di Hormuz bloccato e i Paesi arabi amici sotto le bombe? Ora deve decider: andare avanti fino alla soluzione finale sulla scorta di Netanyahu o ritirasi a mezz’opera lasciando solo macerie materiali e umane sul posto.
UE. Cerca in qualche modo di trovare un ruolo, finora improbabile. Paga più di tutti la crisi del petrolio e vede crescere le divisioni al suo interno. A valle della pandemia e dell’attacco russo a Kiev, sia per ottemperare all’esigenza del contrasto al riscaldamento globale, sia per liberarsi dalla dipendenza dal gas e dal petrolio russi, aveva optato per il green deal. Alle prime difficoltà sociali, a causa della crisi dell’automotive, ha fatto marcia indietro. Ora, dopo due anni persi, pare voglia riscoprirlo. Servirebbe all’uopo una coesione rilanciata e chiarezza strategica, ma i sovranismi, tanto incidenti sugli esiti elettorali dei singoli Paesi dell’Unione, remano in senso contrario. Allo stato fa appelli alla diplomazia.
Italia. Siamo tra i più incalliti auto-bastonatori dei propri attributi. A suo tempo, sotto lo shock di Chernobyl, votammo per il no al nucleare. Eravamo allora all’avanguardia in Europa e nel mondo. Smantellammo tutto e ci facemmo prigionieri del petrolio. Negli ultimi due anni siamo stati protagonisti in UE per frenare sul green deal. Ed oggi stiamo senza nucleare e senza fonti alternative. Dipendiamo dall’Algeria, dall’Azerbaigian e da altri Paesi. E poi, siamo tra i più vulnerabili dai bombardamenti della guerra ibrida, pronti in nome della pace a gridare alla vergogna per ogni euro speso per la nostra difesa. Siamo così anche scarsamente attrezzati in caso di guerra. Ragionevole in questo scenario che il governo non voglia rompere con gli USA. Ma il problema sono proprio gli USA, ai quali pare interessare venderci il loro gas e le loro armi piuttosto che spendersi per la nostra difesa.
