Foto by Roma Capitale
Ora si ricomincia, nell’incredulità e nella sorpresa per un voto nel referendum inatteso. Si sperava, anche al cospetto di una campagna elettorale della destra autolesionista e viziata dalla presunzione di una vittoria facile. Il popolo italiano ha risposto e ha detto con una nettezza impressionante che la Costituzione non si tocca, soprattutto se la si vuole cambiare a colpi di maggioranza e su argomenti che appartengono all’equilibrio dei poteri così ben disegnato dai Costituenti.
E’ anche possibile che superata questa inattesa sconfitta, ma ci vorrà del tempo, la destra tenterà ancora di limitare le potenzialità della Carta, svuotarla, renderla inefficace. Del resto, può essere comprensibile, dal punto di vista emotivo, che la destra tenda a marginalizzare il ruolo e la funzione della Carta. E’ stata scritta dopo le vicende tragiche del ventennio, grazie alla lotta partigiana, alla Resistenza; è una Carta scritta dai nostri costituenti per dare all’Italia libertà, democrazia, diritti dopo una guerra nella quale l’Italia è stata trascinata dalle mire espansioniste del regime. Si percepisce una difficoltà attuale a recidere con quel passato e, in particolare, con il ventennio. Semplicemente lo si ignora. Il profondo del nostro paese sembra percepire questo occulto imbarazzo e lo segnala in tutte le possibili occasioni che si presentano: in particolare il referendum, per i numeri che ha espresso è la plastica evidenza dei sentimenti del nostro paese. E questi sentimenti comprendono anche un giudizio netto sulla politica internazionale.
L’eccessiva accondiscendenza alle politiche e alle azioni di Trump è parte di quel giudizio. Solo negli ultimi giorni sembra che ci si stia distaccando (Sigonella docet). Questo governo dopo il referendum sembra abbia perduto le sue certezze e la sua inadeguatezza sta emergendo, insieme ad un calo di autorevolezza e di credibilità della Presidente del Consiglio. I commentatori sono portati anche ad ipotizzare le dimissioni qualora si trattasse di “vivacchiare” fino alla scadenza naturale. Le scelte sono incerte e i provvedimenti traspirano di questa immaturità e, come si è visto, il confronto con il paese reale è perdente. La Premier sconta un’inadeguatezza dovuta ai lunghi anni di opposizione nel corso dei quali la semplificazione è stata obbligata dalla necessità che il messaggio propagandistico fosse semplice e chiaro. Questa difficoltà è percepita dagli elettori che, come si è visto, non sono disposti a sconti. La stessa composizione del governo è stata azzardata nella scelta di donne e uomini “chiacchierati”. Redimersi non è mai troppo tardi. E le prime dimissioni lo dimostrano. Si era creduto in un paese distratto, poco attento agli sviluppi della vita politica nostrana, ed invece, con grande sorpresa di tutti, il paese c’è, è attento, maturo ed impegnato a curare e salvaguardare i valori ed i principi della nostra democrazia.
L’opposizione sembra aver colto questi segnali di “risveglio” e vuole rimettere in campo gli strumenti della democrazia diretta: le primarie. Non devono però essere primarie teleguidate ma un libero e straordinario strumento di vera, diretta democrazia. Se l’elettorato percepisce questa spontaneità e purezza dello strumento, il grosso sarà stato fatto. Poi agli elettori la scelta e alle forze politiche il dovere di un programma partecipato e credibile. Il paese ha capito ed ha scelto, non lo si spenga nei meandri delle lunghe e controverse trattative tra i partiti. Trasparenza, semplicità, metodologia chiara per riconquistare un elettorato che ha dimostrato di esserci e che ha chiesto di contare: prima la partecipazione democratica poi il confronto aperto tra i partiti. Vietato sbagliare e deludere un paese che ha chiesto chiarezza pulizia trasparenza.
