Guardando le indiscrezioni, che puntualmente sono arrivate ai giornali prima che agli indagati, l’inchiesta sulla turbativa d’asta di San Siro sembrerebbe sproporzionata. Almeno, se la proporzione è la realtà di quanto accaduto. Spiego per i non meneghini: era chiarissimo che il Comune intendesse vendere, era ancor più chiaro che ai privati non interessasse ristrutturare ed era conseguente che l’unico modo per tenere assieme tutto questo fosse concedere superficie edificabile. Questi elementi sono sempre stati sul tavolo. Non è quindi chiaro dove sia il reato, stante che la legge Stadi incoraggia il dialogo con le squadre.
Per la Procura, nell’addomesticamento dell’interesse pubblico a quello delle squadre. Qui, però, esiste un enorme problema. La cui analisi non è, davvero, più rinviabile: chi decide quale sia l’interesse pubblico? Perché se è la magistratura allora dobbiamo rendere il controllo preventivo. Ci si presenta in Procura con il singolo progetto, si chiede se sia di pubblico interesse, se bollinato si procede. Altrimenti si tratta di far giocare alla roulette gli amministratori. Preciso: roulette russa, vista la posta. Se invece a decidere cosa sia l’interesse pubblico deve essere la politica, con la magistratura incaricata di indagare su eventuali patologie di natura corruttiva, allora questa inchiesta sembra, dico sembra, partita male. Non pare ci siano, infatti, ipotesi corruttive. Piuttosto, un’asta pubblica che sarebbe stata viziata. Incanto pubblico mai tenutosi, peraltro.
Naturalmente, tutta la vicenda parla di altro. Chi ha querelato, infatti, non intendeva comprare nulla. Voleva che il venditore non vendesse. Non potendolo ottenere hanno ripiegato sulle modalità di vendita, ma soprattutto sulle ragioni della vendita. Qui, comunque, ci dobbiamo fermare un istante. Il Comune partiva dal presupposto che le squadre volessero davvero costruire due stadi, al posto di San Siro. Dalle carte parrebbe trapelare fosse un bluff. Lo hanno sospettato in molti, nel corso dei mesi. Ma come al tavolo di poker, non si possono prendere decisioni dopo lo svelamento delle carte. Semmai, il problema è un altro.
Nel corso di questa infinita trattativa (quasi 8 anni tutto considerato), qualcuno ha controllato che le manutenzioni venissero svolte a regola d’arte? Perché il motivo pubblicamente addotto per la mancata volontà di ristrutturare era lo stato complessivo del manufatto. In molti, durante le svariate commissioni comunali sul tema, hanno fatto notare che proprio questi controlli sarebbero mancati. Altro nodo: il prezzo. Sì, è vero che l’Agenzia delle Entrate ha dato un prezzo di vendita. Ma era una base d’asta, da cui si sarebbe dovuti partire per alzare quello finale. Qui si è partito da quello e poi sono iniziati gli sconti.
Quanto sopra riportato è sicuramente una responsabilità. Ma non è penale. È amministrativa, forse. Politica, certamente. Ma non si è mosso il TAR. O la maggioranza dei cittadini. Si è mossa la Procura. Non può non saltare all’occhio, peraltro, che nel rogito c’è una clausola risolutiva che dipende, guarda caso, proprio da eventuali processi penali in corso. In questo caso entrambe le parti possono liberamente recedere. I Club non hanno intenzione di farlo. Ma non è a loro che stanno parlando i PM. Il destinatario di questa interlocuzione è il decisore pubblico. Che l’anno prossimo cambierà, arrivando un soggetto che con la vendita non ha nulla a che fare. Ma che ha ogni interesse a non vivere con una spada di Damocle sulla testa per uno o addirittura due mandati.
Insomma, questa inchiesta durerà a lungo.
