L’Autrice è architetto e PhD in Energetica e Fisica Tecnica, Docente di Sistemi per la tutela ambientale, Esperta in BIM Management e gestione di opere strutturali e infrastrutturali.
La riflessione sulla transizione demografica è stata al centro dell’intervento del Prof. Giorgio Alleva nel ciclo di conferenze Ripensare le città, promosso dalla Scuola di Alta Formazione La Fenice Urbana, diretta da Alessandro Bianchi, in collaborazione con l’Università UnitelmaSapienza
Inserito in un percorso dedicato alle trasformazioni urbane e sociali che stanno ridisegnando il futuro delle città italiane, tale contributo ha posto in evidenza come i mutamenti demografici influenzino non solo la struttura sociale, ma condizionino in profondità la capacità dei territori di produrre sviluppo, innovazione e coesione.
Alleva, già presidente dell’ISTAT e professore di Statistica economica, ha proposto una lettura rigorosa delle dinamiche demografiche in atto, evidenziando come la transizione demografica rappresenti una delle sfide più rilevanti per l’Italia contemporanea. Il suo intervento ha fornito la cornice concettuale solida per analizzare e comprendere il rapporto tra demografia, economia e territorio, richiamando la necessità di politiche integrate e di una visione strategica di lungo periodo capace di orientare le scelte pubbliche in un contesto di rapido cambiamento.
All’esposizione del Prof. Alleva hanno fatto seguito le argomentazioni di Franco Salvatori (già Presidente della Società Geografica Italiana) e di Piergiuseppe Morone (Professore Ordinario di Politica Economica) i cui contributi hanno ampliato e arricchito il quadro interpretativo, introducendo ulteriori prospettive sul nesso tra dinamiche demografiche, trasformazioni territoriali sostenibili e orientamenti delle politiche pubbliche.
Lo scenario globale: una demografia che cambia la geografia del mondo
Il rapporto World Population Prospects dell’ONU relativo al 2024 denuncia che la crescita della popolazione mondiale si arresterà entro il XXI secolo. Dagli attuali 8,2 miliardi si arriverà a un picco di 10,3 miliardi intorno alla metà degli anni 2080, seguito da un declino graduale. Già oggi due terzi della popolazione vivono in Paesi con fecondità inferiore alla soglia di sostituzione di 2,1 figli per donna, una dinamica che, come osserva Alleva, potrebbe favorire sostenibilità ambientale, qualità educativa e stabilità internazionale.
Le economie mature, che comprendono 63 Paesi per il 28% della popolazione mondiale, tra cui Cina, Giappone, Russia ed Europa, hanno superato il picco demografico prima del 2024 e si avviano verso un calo stimato del 14% nei prossimi trent’anni.
Un secondo gruppo, pari al 10% della popolazione globale e composto da Paesi come Brasile, Argentina, Turchia e Vietnam, raggiungerà il picco entro metà secolo, con una crescita residua moderata. La maggioranza dei Paesi, che concentra il 62% della popolazione mondiale, continuerà invece a crescere fino alla seconda metà del secolo e oltre, con Stati Uniti, Pakistan, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo ed Etiopia destinati a registrare gli aumenti più consistenti.
Queste dinamiche spostano progressivamente il baricentro demografico globale verso Sud ed Est, ridisegnando la geografia del mondo e producendo effetti economici e geopolitici di lungo periodo. L’Africa è l’area più dinamica e passerà dall’attuale 18,5% della popolazione mondiale a oltre un quarto entro trent’anni, fino a sfiorare il 40% a fine secolo. L’Europa segue invece un percorso opposto e, secondo Eurostat, scenderà sotto il 4% della popolazione globale entro il 2070.
Il processo di degiovanimento in corso e il profilo nazionale delle tendenze demografiche
In questo scenario globale, l’Italia è tra i Paesi destinati a registrare le contrazioni demografiche più marcate. La popolazione urbana, già maggioritaria dal 2009, potrebbe raggiungere il 70% entro il 2050. A ciò si somma l’aumento delle migrazioni forzate, generate da conflitti e crisi ambientali, che rende la gestione dei flussi un nodo cruciale per la stabilità politica internazionale.
L’andamento demografico italiano evidenzia un cambiamento profondo: la popolazione diminuisce dal 2015, il saldo naturale è negativo dal 2007 e nel 2025 nascite e fecondità toccano un nuovo minimo storico con 355 mila nati, corrispondente a 1,14 figli per donna.
Il calo delle nascite in Italia non dipende solo dal rinvio della maternità, considerando che l’età media al parto è di 32,5 anni. Dipende soprattutto dalla riduzione delle donne in età riproduttiva, diminuite da 13,4 a 11,5 milioni tra il 2014 e il 2024. Parallelamente, la speranza di vita cresce e la struttura per età si sbilancia verso le fasce anziane, con un quarto della popolazione italiana oltre i 65 anni e più di 4,5 milioni di ultraottantenni. L’unico contributo positivo proviene dalle migrazioni, pur in calo e condizionate da nuove restrizioni normative. Mentre l’emigrazione continua a coinvolgere soprattutto giovani qualificati. Anche le famiglie cambiano rapidamente, diventando più piccole e meno caratterizzate dalla presenza di figli, segno di una trasformazione sociale che accompagna e amplifica la transizione demografica in corso.

Questo fattore strutturale spiega circa due terzi della diminuzione della natalità, rendendo difficile invertire la tendenza attraverso le sole politiche di sostegno alla genitorialità. La riduzione della fecondità nei Paesi occidentali è un processo storico di lunga durata, avviato nel XVII secolo, alimentato da due dinamiche parallele. La prima è la discesa sotto la soglia di sostituzione, la seconda riguarda il fenomeno dell’allungamento della vita.
Non si tratta di fenomeni inevitabili. Sono piuttosto l’esito di trasformazioni sociali e culturali condizionati da progressi scientifici, maggiore istruzione, autonomia femminile, nuove opportunità e un diverso rapporto con il futuro. A questi elementi si aggiungono fattori che hanno progressivamente modificato i comportamenti riproduttivi: percorsi formativi più lunghi, permanenza prolungata nella famiglia d’origine, difficoltà di accesso al lavoro stabile e alla casa, problemi di conciliazione tra cura e professione. Oltre a timori legati a crisi globali e ambientali. Cresce anche la scelta consapevole di rinviare o rinunciare alla genitorialità.
In Italia, la natalità riflette dunque questo intreccio di condizioni sociali, economiche e psicologiche. Pur sapendo che un’eventuale ripresa richiederebbe anni per incidere sulla popolazione femminile giovane, rinviare interventi mirati rischia di rendere irreversibile la tendenza. Una quota rilevante del fenomeno dipende infatti dai comportamenti riproduttivi contemporanei, sui quali è possibile agire con politiche adeguate.
Lo scenario previsivo nazionale e un focus sulle polarizzazioni territoriali
L’aumento della longevità in Italia rappresenta uno dei fenomeni più rilevanti della transizione demografica in corso. Nel 2025 la speranza di vita alla nascita raggiunge livelli molto elevati: 81,7 anni per gli uomini e 85,7 anni per le donne. Si tratta di valori che confermano il posizionamento dell’Italia tra i paesi più longevi al mondo, ma che allo stesso tempo evidenziano differenze territoriali persistenti. Il gradiente Nord–Mezzogiorno rimane infatti piuttosto marcato. Se prendiamo in esame le province del Nord, e in particolare il Trentino-Alto Adige, notiamo che si registrano i livelli più alti con 82,8 anni per gli uomini e 86,8 per le donne. La Campania invece, continua a collocarsi in coda alla graduatoria nazionale, con una speranza di vita di 80,1 anni per gli uomini e 84,1 per le donne.
L’aumento della longevità solleva a questo punto una domanda cruciale. Cioè, a tale incremento corrisponde anche il miglioramento della speranza di vita in buona salute, oppure gli anni aggiuntivi sono vissuti con limitazioni e condizioni croniche di salute? I dati europei più recenti non sono incoraggianti. Tra il 2016 e il 2023, nell’Unione Europea gli anni di vita in buona salute alla nascita sono diminuiti, passando da 64,0 a 63,1. Questo significa che, pur vivendo più a lungo, una quota crescente della popolazione europea, al pari della Campania, trascorre una parte maggiore della propria vita con problemi di salute o disabilità. Va però evidenziato che il caso italiano si distingue parzialmente da questa tendenza. Nello stesso periodo, infatti, gli anni di vita in buona salute sono aumentati da 67,4 a 69,1. L’Italia, soprattutto nel Mezzogiorno, pur confrontandosi con un invecchiamento molto rapido, sembra quindi riuscire a mantenere, e in parte migliorare, la qualità degli anni aggiuntivi di vita. Ciò non elimina le criticità, ma suggerisce che i progressi nel sistema sanitario, nella prevenzione e negli stili di vita abbiano contribuito a un invecchiamento relativamente più attivo rispetto alla media europea.
I principali effetti della denatalità e dell’invecchiamento della popolazione
Lo squilibrio generatosi tra le vecchie e le nuove generazioni è destinato ad ampliarsi. Soprattutto perché in Italia l’aumento della longevità si combina con livelli di fecondità stabilmente bassi, creando una dinamica demografica che risulta unica nel suo genere.
L’invecchiamento della popolazione modifica profondamente il rapporto tra persone attive e non attive, producendo di contro effetti rilevanti su diversi ambiti. Primo fra tutti il sistema previdenziale e sanitario che si ritrova a dover sostenere un numero sempre crescente di anziani.
Seguono, non per minore importanza, i contraccolpi sulla spesa pubblica e sul debito. Il mercato del lavoro, necessariamente fatica a trovare un equilibrio tra domanda e offerta, sia per la riduzione dei giovani in uscita dal sistema formativo sia per l’età sempre più avanzata degli occupati. Ma anche il potenziale della crescita economica si indebolisce, così come la capacità delle imprese di innovare e gestire il ricambio generazionale.
A livello sociale e politico, sostiene Alleva, il peso delle rappresentanze cambia e la fiducia dei giovani rischia di diminuire in un contesto percepito come sbilanciato.
Secondo le stime della Ragioneria Generale dello Stato, l’invecchiamento comporterà un aumento significativo del fabbisogno per la spesa sociale, pari a circa due punti di Pil per le pensioni e a 0,7 punti per la sanità, confermando la portata strutturale della sfida.
Le sfide che dobbiamo fronteggiare
La riduzione della popolazione in età lavorativa incide in modo diretto sulla sostenibilità del sistema educativo, del mercato del lavoro e della produzione di reddito. L’aumento della spesa per pensioni e sanità, in rapporto al prodotto interno lordo, mostra come entrambi i sistemi siano esposti a pressioni crescenti. Per la previdenza contano soprattutto le dinamiche demografiche, poiché fecondità, longevità e saldo migratorio determinano il rapporto tra attivi e pensionati, insieme alla crescita economica, alla produttività, ai livelli di partecipazione al lavoro e alle regole che definiscono l’età di uscita e l’entità delle prestazioni. Per la sanità risultano decisivi la struttura per età della popolazione, l’evoluzione delle condizioni di salute e la domanda di servizi assistenziali, oltre alla qualità della spesa pubblica e alla capacità del sistema economico di sostenere un fabbisogno in aumento.

La dinamica demografica incide anche sull’istruzione, poiché la diminuzione dei giovani riduce gli iscritti in tutti i livelli scolastici e restringe il numero di diplomati e laureati che entrano nel mercato del lavoro. Questa tendenza potrebbe essere attenuata da una riduzione degli abbandoni e da una maggiore partecipazione all’università e all’occupazione. Nel mercato del lavoro, l’invecchiamento della popolazione e la scarsità di giovani rendono più difficile l’incontro tra domanda e offerta. Le imprese segnalano carenze sia nei profili altamente qualificati sia in quelli meno specializzati, perché il ricambio generazionale non è sufficiente a compensare i pensionamenti. Questo squilibrio apre due fronti critici. In primo luogo, occorre garantire un adeguato numero di lavoratori nei settori più labour intensive, ricorrendo all’automazione, ove possibile, e rafforzando l’integrazione e la formazione dei nuovi residenti. E in secondo luogo è necessario allineare le competenze dei lavoratori più istruiti alle esigenze delle imprese. Ciò si rende necessario soprattutto nei campi legati all’innovazione tecnologica e all’intelligenza artificiale. In questo contesto, la formazione continua e il reskilling diventano strumenti indispensabili per sostenere un mercato del lavoro che cambia rapidamente e che richiede capacità di adattamento sempre maggiori.
Dalle conclusioni e dalla discussione
Le conclusioni del Prof. Alleva mostrano che la riduzione della popolazione residente, l’invecchiamento e gli squilibri territoriali sono ormai tendenze strutturali, ma i loro effetti non sono predeterminati. Molto dipende dalla capacità collettiva di orientare le trasformazioni in corso. L’istruzione emerge come una leva decisiva per sostenere occupazione, produttività e benessere, richiedendo un impegno congiunto del sistema formativo e delle imprese nella valorizzazione delle competenze e nel trattenere i giovani più qualificati. In questa prospettiva, la sostenibilità del degiovanimento richiede politiche di age management, che comprendono il prolungamento della vita lavorativa, la promozione delle pari opportunità e un ricambio generazionale equilibrato.
Un ruolo centrale è attribuito anche all’incentivo dell’occupazione femminile, che contribuisce alla crescita economica e, nei contesti più equi, si associa a livelli di fecondità più elevati. Accanto a ciò, il sostegno alla genitorialità e politiche efficaci di inclusione degli immigrati possono attenuare gli effetti del declino demografico e riequilibrare la struttura della popolazione.
Il Prof. Piergiuseppe Morone riprende questi temi e osserva che la riduzione della crescita demografica può avere risvolti positivi dal punto di vista ambientale, poiché una popolazione più contenuta implica minori consumi di risorse. Tuttavia, a livello nazionale, la contrazione demografica richiede una gestione attenta, poiché i comportamenti individuali continuano a generare pressioni significative, soprattutto in presenza di una popolazione più anziana. Morone richiama inoltre l’attenzione sulla competitività dell’Europa, che rischia di indebolirsi in assenza di un aumento dei flussi migratori o di un deciso incremento della produttività. L’Italia, con una delle più basse quote di laureati e un forte fenomeno di emigrazione qualificata, vede ridursi il proprio capitale umano. La gestione dei flussi migratori diventa quindi essenziale per la sostenibilità del welfare, ma richiede politiche lungimiranti, capaci di guardare oltre l’immediato. Morone sottolinea anche la necessità per l’Europa di rafforzare la propria autonomia strategica, riducendo le dipendenze critiche e ripensando le catene del valore attraverso modelli di bioeconomia circolare, in un contesto segnato da shock ambientali e geopolitici sempre più frequenti.
Il Prof. Franco Salvatori amplia ulteriormente la prospettiva, ricordando che ciò che accadrà tra cinquant’anni rimarrà fuori dalla nostra esperienza diretta, ma proprio per questo è necessario progettare oggi politiche di lungo periodo. La scala nazionale non è garantita come riferimento stabile per il futuro, mentre quella globale rimane imprescindibile, poiché i processi demografici riguardano l’intera specie umana. Ci ricorda anche che la storia dell’umanizzazione del pianeta è una storia di migrazioni e la mobilità rappresenta un elemento strutturale dei processi di adattamento. Salvatori invita quindi a superare l’idea delle migrazioni come problema da contenere e a riconoscerne il ruolo nel riequilibrio degli assetti demografici. In un mondo interdipendente, nessuno Stato europeo può affrontare da solo sfide sistemiche. L’Europa deve sviluppare una capacità collettiva di azione su scala globale, orientando i modelli di sviluppo verso forme più resilienti e sostenibili, anche attraverso catene del valore più corte e una bioeconomia circolare capace di rafforzare competitività e autonomia strategica.
Una considerazione a margine
Ciò che emerge da questo quadro complesso è la necessità di ripensare il nostro modo di abitare il tempo e lo spazio collettivo. La transizione demografica non è soltanto un insieme di curve statistiche, ma un cambiamento profondo del modo in cui immaginiamo il futuro, costruiamo le relazioni sociali e definiamo le priorità pubbliche. Le scelte che compiremo nei prossimi anni diranno molto della nostra capacità di trasformare una fase di incertezza in un’occasione di rinnovamento.
La demografia non determina il destino, ma lo orienta. Spetta a noi decidere se accompagnare questo cambiamento con visione, responsabilità e coraggio, o subirlo come un processo inevitabile. In questo senso, la sfida non riguarda solo i numeri, ma la qualità del patto sociale sostenibile che saremo in grado di ricostruire.
