Gli attentati a Trump? Ormai se ne è perso il conto. Quattro… cinque. C’è anche la noia del conteggio. Tutti risolti senza una scalfitura. Auto attentati, ma ora deve stare attento, non può esagerare. La sua credibilità è al lumicino, i primi attentati hanno preoccupato, ma poi si è capito che erano e sono fasulli. Credibilità in caduta libera per questo e per le politiche internazionali: le politiche verso l’Iran sono da ridere ma ciò ne aumenta la pericolosità di portare il mondo sull’orlo di una guerra i cui effetti non sono al momento prevedibili. Perché chi la potrebbe scatenare, Trump, è senza strategia e senza obiettivi chiari, leggibili. E tra falsi attentati e minacce di guerra il mondo è più insicuro. Guerre sono assolutamente da evitare, il mondo rischia di tornare indietro, alle pericolose dispute novecentesche.
Dispiace anche per qualche figuraccia rimediata dalla nostra Presidente del Consiglio che aveva azzardato di proporre per il Presidente Trump il premio Nobel per la pace. Di recente sono arrivate anche minacce alla stessa NATO di abbandono e poi successivamente il ricatto di ridurre il contingente militare USA presente in Europa. Il tema della stabilità mentale dell’uomo più potente del mondo risiede anche nell’incertezza delle politiche verso gli stessi alleati della Nato, dopo le improvvide minacce di abbandono. Si è aperta una fase difficile di incertezza che rende meno sicura la terra europea e meno certe le politiche internazionali dei paesi membri. Anche se l’Europa intendesse avere un ruolo attivo nella crisi iraniana, cosa già esclusa, con l’irritazione di Trump, l’incertezza e lo stallo delle trattative, che non segnano particolari progressi, rende tutto più complicato e difficile. La trattativa è incerta, e su di essa c’è la minaccia di guerra, che rende il tutto ancora più incerto. La confusione regna sovrana e gli esiti di tale stato delle cose non sono chiari, ma molto nebulosi. Il governo del mondo sembra affidato al caso e agli umori molto labili del Capo della Casa Bianca.
Chi ha dato sempre attenzione agli sviluppi delle politiche internazionali degli USA comprende che una simile situazione non si è mai verificata, l’attenzione era tutta orientata alla prudenza e all’equilibrio per evitare pericolosi fraintendimenti degli altri interlocutori. E vi era certezza dei percorsi diplomatici dovuta alla solidità delle convinzioni dei governi interlocutori e della lealtà, poi, agli accordi sottoscritti. Queste condizioni sembrano non esistere più. Il mondo e la sua stabilità sono affidati alla capacità dei collaboratori del Presidente di controllarlo e di renderlo docile ai consigli… contando su consiglieri affidabili per il mondo.
La vicenda dello stretto di Hormuz è quella sulla quale si reggono oggi i destini del mondo. Siamo in una situazione atipica rispetto al passato: qui, nel Medio Oriente, predomina la vicenda petrolio, il carburante che fa girare gli affari in tutto il mondo, il giacimento più grande, ben oltre le quantità immesse nel mercato mondiale dal Venezuela. In quel paese il dopo Maduro non ha dato vita a scossoni, i nuovi capi, la nuova Presidente (vice di Maduro) si è subito acconciata al servizio degli Stati Uniti: la prudenza e la realpolitik hanno consigliato di evitare scontri, spargimenti di sangue, conflitti con gli USA. Più difficile il Medio Oriente dove la “civiltà” iraniana (minacciata dal nostro) non vuole arrendersi al predominio USA e rivendica con orgoglio la propria autonomia, il controllo della propria produzione di petrolio, e la titolarità di Hormuz. Ed è del tutto evidente che il mondo, con tali premesse, rischi una nuova guerra.
Le diplomazie devono dare il meglio della propria professionalità per scongiurarla. Non sarebbe una guerra (già di per sé molto grave) localizzata ma con il rischio di allargarsi nel mondo per “forza di inerzia”. Naturalmente la speranza che la guerra sia scongiurata sta tutta nelle stanze della diplomazia mondiale, ma soprattutto in quelle europee. L’Europa, infatti, rischia l’immediato coinvolgimento nell’eventuale conflitto. Il caso del razzo su Cipro è emblematico della vulnerabilità europea.
Siamo quindi su un crinale pericoloso e le diplomazie devono mettere in campo tutti gli sforzi possibili per evitare il peggio. Credo che dopo la crisi di Cuba, che ci portò al limite, l’attuale vicenda abbia la stessa pericolosità, ma forse addirittura più rischiosa ed incontrollabile. La ragione sia la consigliera più efficace per evitare il peggio. Certo la storia degli attentati fasulli al “capo” ci fa essere sospettosi e prudenti. Siamo però inguaribilmente ottimisti e crediamo fermamente che la ragione sia l’orizzonte che orienta le scelte. E ci contiamo ancora per questa volta. Malgrado Trump.
