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Quattro anni di Meloni

Economia: ok, esteri: indecisa, riforme: bocciata

by Luigi Gravagnuolo
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È paradossale, ma è proprio la durata del Governo Meloni, la più lunga della storia della Repubblica, a inficiare la tesi per la quale occorrerebbe cambiare la Costituzione, o quanto meno la legge elettorale, per poter assicurare all’Italia governi stabili, quindi in grado di programmare la propria azione per l’arco di un’intera legislatura. La premier insiste sulla necessità che una nuova legge elettorale debba prevedere un consistente premio di maggioranza per chi vince anche solo di un voto e l’indicazione del premier sulla scheda elettorale. Lo scopo sarebbe la stabilità dei governi eletti e l’impedimento degli ‘inciuci’, cioè di governi post voto non corrispondenti alla volontà degli elettori. Nel contempo esalta la durata del suo governo raggiunta grazie alla sua buona politica, come lei stessa dice. Dimentica che lei, record(wo)man della stabilità al governo, è stata eletta col Rosatellum. Il premio di maggioranza era solo indiretto, derivante dalla elezione di un solo candidato per collegio, e il suo nome non era indicato sulle schede del 25 settembre 2022.

Può sembrare balzano, ma il Rosatellum garantisce più stabilità dello Stabilicum, ora al secondo esame della Camera, il cui scopo sarebbe proprio la stabilità dei governi eletti. Oggi, col parlamento eletto con il Rosatellum, se per una ragione qualsiasi una coalizione non si riconoscesse più nella leadership concordata subito dopo il voto e aprisse una crisi, il Presidente della Repubblica potrebbe dare l’incarico ad un diverso leader della stessa coalizione, che perseguirebbe lo stesso programma presentato e votato dagli elettori, ovvero prendere atto che in parlamento si è costituita una nuova maggioranza e dare l’incarico a chi meglio rappresenta questa novità politica. Con lo Stabilicum invece, il Capo dello Stato, qualora il leader indicato dagli elettori fosse sfiduciato – e potrebbero farlo solo i parlamentari della sua stessa maggioranza – dovrebbe obbligatoriamente sciogliere le Camere e indire i comizi elettorali. Vuoi vedere che la preoccupazione di Giorgia Meloni sia sull’affidabilità dei suoi partner di coalizione?

Sta di fatto che il Governo Meloni è stato il più duraturo della storia repubblicana. La sua durata è stata dovuta alla buona politica? Ovvio che le opposizioni lo neghino risolutamente. Per l’opposizione – meglio: per le opposizioni – tutti i risultati vantati dall’attuale maggioranza sono solo propaganda, spesso addirittura dei falsi. Comprensibile, che altro potrebbero dire gli oppositori che si candidano a mandare a casa Meloni e la sua maggioranza e a subentrare a Palazzo Chigi? Anche la loro è propaganda. Legittima, come lo è quella meloniana. È la politica.

Cerchiamo allora di valutare l’operato del Governo al netto delle due propagande.

Senza voler qui mettersi a dare pagelle, il Governo non ha fatto macelli. In economia i risultati sono inoppugnabili: massima occupazione da decenni a questa parte; drastica riduzione dello spread btp/bund, da 233 all’insediamento a Palazzo Chigi agli 80 punti di oggi, quindi riduzione della spesa pubblica in oneri finanziari; rapporto deficit/pil portato dal -8% al -3,1%; netta crescita delle esportazioni nonostante i dazi trumpiani. Risultati lusinghieri, c’è poco da dire. La propaganda meloniana però omette di ricordare che la svolta nella gestione dell’economia e della finanza pubblica si è avuta con e grazie al Governo Draghi, il cui ministro al ramo era quello stesso Giancarlo Giorgetti che tuttora ne gestisce il dicastero. E che proprio con Draghi l’Italia ottenne la fetta più cospicua del PNRR tra i membri dell’UE, 235 miliardi di euro lasciati in eredità a Meloni. Per renderli coerenti col suo progetto e con le nuove emergenze, guerre ed energia su tutte, la premier ha chiesto e ottenuto in sede europea una parziale modifica degli obiettivi concordati con Draghi a parità del totale del finanziamento. Ma 235 miliardi, di cui 72 a fondo perduto gli altri a tassi ultra-agevolati, sono stati un bell’aiuto eh!

L’opposizione contesta al governo i salari medi italiani, tra i più bassi in UE. Vero, anche se bisogna pur dire che c’è una relazione tra salari bassi e crescita dell’occupazione. In sintesi, guadagnare meno lavorare tutti è stata la ricetta dei quattro anni meloniani.

Quanto all’energia, il governo – ancora una volta seguendo la scia aperta da Draghi – ha allargato la platea delle fonti di approvvigionamento, tamponando al meglio, almeno fino alla chiusura dello Stretto di Hormuz, la chiusura del rubinetto russo. E il progetto di implementare mini-centrali nucleari di ultima generazione va nella stessa direzione: rendere l’Italia un Paese autonomo quanto alla soddisfazione del suo fabbisogno energetico, anche se i tempi non sono brevi.

Discreti risultati dal suo punto di vista ha ottenuto anche sul fronte migranti, pur se i due centri in Albania restano un clamoroso spreco di soldi pubblici, ancorché abbiano aperto una strada sulla quale oggi si stanno incamminando tutti i Paesi UE. Come discreti sono stati anche i risultati in politica interna, con qualche buona dritta, vedi ad esempio la vicenda Caivano.

Dove la Meloni ha incespicato, e non di poco, è stato in politica estera. La premier aveva puntato sul consolidamento della collocazione euroatlantica dell’Italia – più atlantica che euro per la verità – ed aveva ottenuto una notevole crescita di autorevolezza sul piano internazionale ed europeo ai tempi di Biden. Coerente quindi – e giusta sotto il profilo dei valori – la posizione filo Ucraina, inizialmente netta. Aveva però puntato tutto su Trump, a motivo della vicinanza ideologica, recandosi di persona alle CPAC – Conservative Political Action Conference, il principale raduno annuale del mondo ultraconservatore USA, addirittura ospitandone a Roma, il 4 e 5 settembre scorso, la sessione 2026. Ed è stata tradita proprio dall’ex amico, che non si è peritato di umiliarla descrivendola come una pezzente politica elemosinante un selfie con lui, aspirante neoimperatore d’Occidente. Di Trump ha subito i dazi, gli ammiccamenti con Putin e il ritiro USA dalla contesa Ucraina, la decisione unilaterale di portare guerra all’Iran, le minacce e gli intrighi contro l’UE. Qui, salvo qualche episodica levata di scudi, l’azione del nostro Capo di Governo è risultata titubante, finendo per collocare il nostro Paese in un ambiguo limbo: filo Ucraina, quindi filo democrazia europea, ma col braccino tirato, e neanche filoputiniana. Per non dire della mancata adesione alle sanzioni anti-Israele decise da 12 Paesi occidentali guidati da UK, Francia e Canada a causa degli insediamenti illegali e delle violenze dei coloni in Cisgiordania. Insomma, indecisioni dopo indecisioni, l’Italia ha perso centralità in UE e su scala mondiale.

Là dove ha invece toppato alla grande è stata sulle tre grandi riforme promesse agli Italiani: giustizia, presidenzialismo e autonomia differenziata. Nessuna di esse è stata centrata. Quella della giustizia a causa di palesi forzature dal sapore punitivo verso l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che hanno indotto gli elettori a bocciarla inappellabilmente al referendum del 22-23 marzo scorsi. Con questa bastonata sul groppone è difficile immaginare che una politica scaltra, qual è indubbiamente Giorgia Meloni, si avventuri ad accelerare sulla riforma costituzionale presidenzialista. Se ne parlerà alla prossima legislatura, se dovesse essere rieletta. Infine l’autonomia differenziata, affossata o quanto meno azzoppata dalla Corte Costituzionale a causa della frettolosa sciatteria con la quale era stata redatta. La Suprema Corte ha individuato sette passaggi del testo incostituzionali. Amen.

 

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