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Legge elettorale, c’è ancora domani

Melonellum o Stabilicum che sia, se nessuno prende il 42%...

by Luigi Gravagnuolo
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Foto by Governo.it

 

Non fu una scelta felice dei costituenti non prevedere per il varo di una legge elettorale nazionale la maggioranza qualificata in Parlamento. Troppo facile con la maggioranza semplice cambiare le regole del gioco a proprio vantaggio, magari a pochi mesi dal voto.

Si levano frequenti gli allarmi sulla disaffezione al voto e nessuno si chiede quanto incida sull’astensionismo l’incessante cambiamento nel tempo e nello spazio delle regole del gioco elettorale. La facilità con la quale nel nostro Paese vengono cambiate le leggi elettorali e la loro varietà a seconda del livello istituzionale interessato sono tra le concause principali della vulnerabilità della nostra democrazia. E magari ci si potrebbe anche chiedere quanto invece contribuisca ai ben più alti tassi di partecipazione al voto la permanenza dal ‘93 della stessa legge elettorale per i Comuni. Qui, oltre alla vicinanza dei candidati sindaci al corpo elettorale e al gran numero di candidati consiglieri comunali, incide anche la piena comprensione delle modalità e della logica del loro voto da parte degli elettori. Modalità e logica stabili da trentatré anni. Ma tant’è, giovedì prossimo – se a Giorgia Meloni non si rompe la stecca con la boccia già davanti alla buca – sarà varata la quarta legge elettorale dal 1987 ad oggi.

Nell’86 vigeva la legge proporzionale pura con quattro preferenze che – salvo che per il voto del ‘53 con la cosiddetta ‘legge truffa’, episodio presto lasciato agli annali – è restata tale dal dopoguerra al 1987, quando con la Legge 277/1987 furono eliminate le quattro preferenze, ridotte ad una. Bastò quella piccola modifica per portare sconquasso nei gruppi dirigenti dei partiti, che perdettero in breve la capacità di indirizzare le preferenze dei propri elettori a proprio piacimento. Cominciarono a emergere singole personalità, a volte capaci di sfidare e vincere i candidati degli apparati di partito. Era solo una piccola modifica nella permanenza della vecchia legge proporzionale, eppure indebolì i vecchi gruppi dirigenti e cominciò a cambiare il modo di fare politica, contribuendo alla fine della prima repubblica.

Poi tre leggi, la Mattarellum del ‘93 che regolò l’esercizio del diritto di voto nelle tornate del ‘94, ‘96 e 2001; la Porcellum del 2005 con la quale votammo nel 2006, 2008 e 2013; e la Rosatellum del 2017 vigente nelle tornate del 2017 e 2022. Una sorta di zapping continuo con il quale, al ritmo di una nuova legge ogni sette anni, si è cambiato il ‘canale’ elettorale agi occhi dei cittadini mentre ancora il film non era finito.

E giovedì la nuova legge. Qualcuno la chiama Melonellum, qualcun altro Stabilicum. Su di essa è stato detto e scritto di tutto da autorevoli politici, politologi, giornalisti, storici e giuristi. Chi la giudica atta a dare stabilità ai governi eletti dai cittadini, chi la considera una sorta di golpe antidemocratico o giù di lì, chi la pensa diversamente dagli uni e dagli altri. A nostro avviso è una legge antistorica. Esattamente il contrario di quello che serve alla nostra democrazia oggi. A meno che…

Sono sotto gli occhi di tutti le crepe nei due schieramenti principali e quelle interne ai singoli partiti, compresi i più piccoli. Sono incrinature, preludio di spaccature, oggi inevitabili. Il mondo è cambiato. Radicalmente. Non occorre spendere parole per raccontare questa realtà del tutto evidente. Il corpo cambiato non ci sta più nel vecchio vestito. 

Nel cambiamento lo steccato che separava il campo della destra da quello della sinistra, magari con lo spazio intermedio occupato volta per volta dai centristi di turno, non regge più. Ora si apre una falla a sinistra nella quale si infilano componenti in sofferenza dentro quel recinto e in via di fuga; ora se ne apre una a destra, con analoghe dinamiche. Si dirà che sono dinamiche ricorrenti nelle fasi preelettorali, nelle quali gli uscenti che non si sentono garantiti e gli aspiranti entranti alla ricerca di garanzie cercano posti in liste dove potrebbero avere più chance. Ma non è solo questo.

Come si può pensare di governare l’Italia con governi divisi sulle questioni cruciali del nostro tempo? Guerra e pace e, se pace, a quali condizioni; patrimoniale sì o no; tassazione dei superprofitti delle banche e delle imprese petrolifere sì o no; ritorno all’atomo a scopi energetici sì o no; Europa sì o no, se sì quale Europa? Per dirne solo alcune. Siamo in una fase di transizione veloce da un vecchio assetto politico e culturale ad uno nuovo dai contorni ancora non definiti. In tali contesti se legge elettorale dovesse farsi, la migliore sarebbe il ritorno al proporzionale puro. Ciascuno per sé, chiarendo agli elettori le proprie idee, le proprie visioni e i propri programmi, e poi in Parlamento dialogo e ricerca delle convergenze finalizzate alla costruzione di una maggioranza di governo. Una legge cioè che accompagnasse la politica nel cammino verso nuovi scenari.

Nel contesto attuale sarebbe la scelta più lungimirante, di quelle che farebbero gli ‘statisti’, per dirla alla Alcide De Gasperi, che a sua volta l’aveva ripresa dal predicatore americano dell’Ottocento James Fr. Clarke: «Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione». Ma in Parlamento c’è scarsità di statisti e sovrabbondanza di politici. Questi sanno che c’è una fetta rilevante di elettori ancora legati alle ideologie, una rendita di posizione elettorale che non vogliono mettere a repentaglio, e allora ti varano una legge ad hoc per il prossimo voto: capilista bloccati, se un lista prende un solo eletto questi sarà il capolista, quindi gruppi dirigenti salvaguardati; preferenze per il resto, che i peones si scannino tra loro, la loro contesa per la preferenza porterà innanzitutto voti alla lista, quindi prima di tutti al capolista; per le liste che ora non hanno un gruppo parlamentare obbligo di raccogliere 50mila sottoscrizioni (contro le 5mila del Rosatellum), ma esonero da tale obbligo se si mettono in una coalizione di cui faccia parte anche un solo partito con gruppo parlamentare, quindi induzione forzata a intrupparsi in un recinto; premio di maggioranza al 42% senza previsione di ballottaggi, basterà un voto in più della coalizione che arriva seconda per avere una grande maggioranza sia alla Camera che al Senato; indicazione del premier sulla scheda. E dopo? Sistema politico bloccato, se il premier venisse sfiduciato ritorno alle urne. Il contrario di quello che servirebbe oggi all’Italia. A meno che…

A meno che nessuna delle coalizioni raggiunga il quorum del 42% in entrambe le Camere. In questo caso, se anche in una sola delle due Camere non venisse raggiunto il 42%, i seggi dei due emicicli saranno assegnati col proporzionale puro. Forza allora, c’è ancora domani.

 

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