Mario Bianchi, Ordine Francescano Secolare.
Nel 1926, settimo centenario della morte, il regime fascista lo celebrò come «il più santo degli italiani e il più italiano dei santi». Cento anni dopo, nell’ottavo centenario, lo ritroviamo sulle bandiere della pace, nei manifesti ambientalisti, nei discorsi sulla giustizia sociale. Cambiano le epoche e cambiano le cause, ma Francesco è sempre disponibile.
Forse troppo. Un santo che va bene a tutti è un santo che nessuno ha ascoltato davvero.
Il meccanismo è semplice. Si prende un frammento, come il lupo di Gubbio, frate Sole o l’abbraccio al lebbroso. Lo si stacca da tutto il resto e gli si fa parlare la nostra lingua Il Francesco ecologista serve oggi a una cultura che ha riscoperto la terra e smarrito il cielo. Il Francesco pacifista e difensore dei poveri serve a chi cerca un’autorità morale per le proprie battaglie, senza doverne accettare le premesse.
C’è un modo molto semplice per smontare l’operazione: leggere lui. I suoi scritti stanno in poche decine di pagine. Bastano un pomeriggio e un po’ di onestà.
Nel Testamento Francesco racconta l’inizio di tutto: «Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare così a far penitenza». Vedere i lebbrosi gli era «cosa troppo amara», ma «il Signore stesso mi condusse tra loro». Non c’è una scelta sociale, né un programma umanitario. C’è una conversione, e il protagonista non è Francesco. È il Signore.
«Laudato si’, mi’ Signore, cum tucte le tue creature». Non è un inno alla natura ma una preghiera rivolta a Dio, che passa attraverso le creature. E si chiude con versi che nelle letture ecologiste spariscono sempre: «Guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati». Il Cantico non parla del pianeta. Parla della creazione. Parla della salvezza.
Nell’Ammonizione XIV Francesco smaschera chi moltiplica penitenze e astinenze ma si irrita «per una sola parola che sembri ingiuria verso la loro persona»: «Questi non sono poveri in spirito». Per lui la povertà non è una categoria sociologica. È spogliarsi di sé per seguire Cristo povero e crocifisso. La Regola lo dice nella prima riga: «osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo».
Il suo saluto era «Il Signore ti dia pace», e nel Testamento precisa che fu il Signore a rivelarglielo. Non è una pace qualunque: è la pace che viene da Cristo. Anche quando attraversò il mare per incontrare il Sultano, i suoi contemporanei raccontano che lo fece per annunciargli il Vangelo.
Chi lo vuole ribelle contro l’istituzione chiesa dovrebbe leggere ancora il Testamento: «Il Signore mi dette e mi dà una così grande fede nei sacerdoti […] che se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere ad essi». Il motivo è l’Eucaristia: «dello stesso altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue suo».
Senza Cristo, Francesco è incomprensibile. Spogliarsi davanti al vescovo, baciare il lebbroso, rifiutare ogni proprietà: non sono gesti di protesta né manifesti politici. Sono le scelte di un uomo innamorato di una Persona, deciso a seguirla «nelle orme» fino all’ultimo dettaglio. Se togli Cristo, quelle scelte diventano stranezze da reinterpretare a piacere. Se lo rimetti al centro, tutto torna al suo posto.
Francesco sembra aver previsto anche questo. Nell’Ammonizione VI scrive: «È grande vergogna per noi servi di Dio, che i santi abbiano compiuto le opere e noi vogliamo ricevere gloria e onore con il raccontarle». È uno specchio per chiunque parli di lui, compreso chi scrive queste righe.
Allora, in questo ottavo centenario, forse la cosa più francescana da fare è un gesto umile: mettere da parte le interpretazioni, aprire le Ammonizioni, il Testamento e le Lettere e lasciarlo parlare. Con il rischio di scoprire che non dice quello che vorremmo. Dice qualcosa di molto più scomodo.
