Napoli est individua quella parte della città, ad oriente, che comprende l’abitato dei quartieri di Ponticelli, Barra e San Giovanni a Teduccio, l’abitato di Gianturco. La Napoli industriale, ad eccezione di Bagnoli dove vi era insediata sul mare la grande fabbrica metalmeccanica del Mezzogiorno d’Italia, con migliaia di operai, era concentrata prevalentemente tra Barra e San Giovanni; e Ponticelli era il quartiere “dormitorio”: nel suo territorio non vi erano fabbriche, per lo più concentrate negli altri due quartieri. A Ponticelli era facile, invece, trovare botteghe artigiane, dove i giovani non scolarizzati, imparavano un mestiere che potevano sfruttare o insediandosi per lavorare in proprio, o cercando lavoro nelle fabbriche del territorio. Qualcuno emigrava verso le aree industriali del Nord dove era più semplice trovare occupazione.
Anche Napoli e i suoi quartieri periferici hanno incrementato con l’emigrazione quella fase storica del paese, allorché l’esodo dalle campagne del Sud fu notevole, alimentando l’emigrazione verso le fabbriche del Nord. In quel tempo i collegamenti Sud/Nord non erano così veloci e frequenti. Per raggiungere le località del Nord si impiegava una giornata, 12 ore piene. La miseria al Sud era pesante: c’era tanta disoccupazione e lavoro precario e saltuario. La certezza del posto di lavoro, assicurato in particolare dagli stabilimenti Fiat, incentivava l’emigrazione al Nord con il relativo spopolamento delle campagne al Sud e l’abbandono dell’agricoltura, seppure molto elementare e priva dei macchinari necessari. Anche la concorrenza Nord/Sud su questo piano era favorevole al Nord. Al Sud, nei paesi dell’interno rimasero solo gli anziani e la miseria invece di diminuire, aumentò.
Fu forse il periodo più difficile per il paese: un’Italia letteralmente spaccata in due. Un divario strutturale, economico e sociale. Sul piano infrastrutturale la divaricazione era palpabile. L’Italia del Nord era già pienamente inserita nel mercato europeo mentre il Sud arrancava. Questo divario fu definito “dualismo” italiano. E si aprì il grande dibattito tra gli economisti su come superare questa forte criticità, se aprendo grandi fabbriche anche al Sud o incrementare e sostenere le vocazioni naturali, in particolare quella turistica, considerati i lunghi chilometri di costa, incontaminata e con acque cristalline, mentre le tradizionali mete turistiche del Nord, sull’Adriatico, erano affollate, le acque poco chiare e soggette a periodiche invasioni di meduse.
Alla fine la soluzione fu pilatesca, come spesso avviene nel nostro paese: qualche fabbrica presso i grandi centri urbani e sfruttamento della costa senza alcun ordine e senza alcun piano. La costa fu invasa dall’abusivismo edilizio e villaggi spesso senza alcuna autorizzazione. Sviluppo, quindi, disordinato e costa in molti punti rovinata dall’ingordigia del guadagno facile, con “la casa al mare” completamente abusiva e villaggi turistici nella stessa condizione. Insomma questa nostra bella Italia ridotta alla mercé di speculatori, malavita organizzata, che fiutò l’affare, e amministrazioni complici o compiacenti. Ed ora ci ritroviamo un Sud che continua ad essere trascinato economicamente dal Nord, che ha sviluppato poca industria e he prevalentemente vive sul turismo estivo.
Nelle grandi città, Napoli in particolare, il turismo è ora la principale fonte di reddito. Un turismo che grazie anche alle migliori condizioni atmosferiche è costante per l’intero anno ed anche molto sostenuto. Le cifre più volte sfoderate dall’assessore al turismo del Comune di Napoli sono da capogiro. I benefici sono tutti però del e nel centro cittadino, seppure allargato. La periferia langue e ripropone il tema della trasformazione ad oriente (ad occidente si è risolto con Bagnoli) liberando le aree Q8, secondo le previsioni di piano. Nulla però si muove o trapela per il futuro. Ed è un futuro che potrà solo essere la continuazione anonima del presente.
