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Al di là dell’agenda Draghi: per un’agenda europea e federale

by Pier Virgilio Dastoli

L’Autore è Presidente del Consiglio Italiano del Movimento Europeo

 

Nelle ricostruzioni del percorso che ha condotto alla “non-sfiducia” verso il governo di unità nazionale, presieduto da Mario Draghi, ci sono molte ragioni di politica interna, alcune ragioni di politica estera legate alla guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, una spolveratura di generico atlantismo, un po’ di PNRR nel senso della via stretta dell’uso dei prestiti e delle sovvenzioni che dovranno provenire dalla Commissione europea – se saranno rispettate le condizioni del NGEU – ma nulla o quasi nulla sull’agenda europea di cui l’Italia nel suo insieme è parte integrante.

Quel che colpisce ancor di più nelle interviste dei futuri protagonisti della campagna elettorale è l’assenza della parola Europa o meglio della dimensione dell’Unione europea (Ue).

Non si tratta del “podestà forestiero” evocato o auspicato da Mario Monti nel 2011 come alternativa al governo Berlusconi ma dell’intreccio ineludibile fra vincolanti regole europee e limitati margini di manovra nelle politiche economiche nazionali.

Non si tratta di chiedere o di attendersi un atto di fede europeista o una esplicita dichiarazione di intenti  nazionalista/sovranista ma del fatto che la futura agenda (nel senso latino delle “cose che debbono essere fatte”) del parlamento che sarà eletto e del governo che verrà non sarà – in positivo o in negativo – quella del governo di unità nazionale che ha governato le numerose emergenze dal febbraio 2021 al luglio 2022 (la cosiddetta “agenda Draghi”) ma il programma delle priorità che caratterizzeranno le politiche dell’Italia nell’Ue e dell’Ue in Italia da novembre 2022 a ottobre 2027 se la nuova legislatura arriverà fino alla sua scadenza naturale.

Ci saranno decisioni che dovranno essere prese a trattato costante ad iniziativa della Commissione. Von der Leyen e con l’approvazione a maggioranza del Parlamento europeo e del Consiglio durante gli ultimi due anni della legislatura europea con equilibri politici europei che potrebbero essere in dissonanza con i nuovi equilibri politici che potrebbero emergere dalle elezioni del 25 settembre in Italia.

In questo quadro non servirà a nulla “battere i pugni sul tavolo” per rivendicare un eventuale interesse nazionale difforme da quello europeo avendo come sola e provvisoria via d’uscita quella di allungare la già lunga lista di violazioni del diritto europeo di cui l’Italia è un cattivo esempio.

Pensiamo alle decisioni in materia ambientale e più in generale alla attuazione del “Patto Verde”, all’applicazione del piano di azione sociale deciso a Porto nel maggio 2021 e alle misure a sostegno delle persone, alla politica energetica, alla revisione del regolamento di Dublino sulle politiche migratorie e sul diritto di asilo, all’intelligenza artificiale e alla
società digitale.

Nel quadro dei trattati attuali ma con decisioni intergovernative ci sarà la riforma di tutti gli strumenti della governance economica a cominciare dal Patto di stabilità del 1997 ma poi a tutto il pacchetto deciso al tempo della crisi dei debiti sovrani (Six Pack, Two Pack, Semestre europeo, Fiscal Compact) sui quali il discostamento dell’Italia dagli obiettivi del
PNRR potrebbe provocare un ritorno in cattedra del gruppo dei paesi frugali come è avvenuto in parte nelle recenti decisioni della BCE.

Sono ancora in sospeso molte decisioni legate al completamento dell’Uem a cominciare dall’unione bancaria e dei capitali per non parlare dell’unione fiscale che riguarda nello stesso tempo gli orientamenti di politica fiscale su cui sta lavorando da tempo la Commissione europea nel tentativo di rendere le politiche fiscali nazionali coerenti con le regole del mercato interno e la capacità fiscale dell’Ue nel senso della sostenibilità finanziaria del suo bilancio per garantire una prosperità condivisa.

Se ci si colloca nello spazio temporale fino alla fine della legislatura europea e all’inizio di quella nuova nell’autunno del 2024 appare evidente che occorre andare al di là della cosiddetta agenda Draghi nata nel febbraio 2021 su ispirazione di Sergio Mattarella per far fronte alle emergenze di quella fase politica ed economica a cui si è aggiunta un anno dopo
l’emergenza della guerra russa all’Ucraina.

L’agenda italiana in Europa deve contenere più dimensione ambientale e più dimensione sociale, più democrazia partecipativa e di prossimità per tener conto delle domande che vengono dai territori, più efficienza della pubblica amministrazione e più trasparenza, più capacità propositiva sui vari tavoli europei che non si possono limitare a quelli
intergovernativi del Consiglio e del Consiglio europeo.

Una nuova agenda italiana in Europa non può essere concepita durante la campagna elettorale “contro” e dunque in negativo rispetto all’ancora ipotetica vittoria del centrodestra se sarà unito e coeso e dopo la campagna elettorale quando si tratterà di costruire alleanze in Italia e in Europa ma per una nuova visione e nuove politiche sapendo che gli equilibri sono cambiati non solo per la fine della lunga “era Merkel” ma perché si è fratturata la maggioranza Ursula nel Consiglio e nel Parlamento europeo come è stato evidenziato dalle decisioni sulla riforma dell’Unione europea fra i gruppi politici europei.

E perché sarà molto più complicata l’azione europea per l’eventuale governo italiano di centrodestra i cui punti di riferimento sono in Europa il PPE, i conservatori e la destra sovranista.

Nel comporre un’agenda “per” e dunque al di là delle emergenze che ha dovuto affrontare il governo di unità nazionale, vale la pena di ricordare che la legge elettorale italiana (il cosiddetto “rosatellum”) non prevede un doppio voto per i collegi uninominali maggioritari e a turno unico e per le circoscrizioni plurinominali e dunque con ripartizione dei seggi fra
liste bloccate nazionali per la Camera e regionali per il Senato escludendo il voto disgiunto.

Ciò significa che per vincere le elezioni e per governare fino al 2027 sarà necessario costruire una alleanza (una coalizione?) per l’Italia in un’Europa rinnovata – noi diciamo “federale” – il cui punto di riferimento politico dovranno essere gli innovatori nel Parlamento europeo, che escludono ormai la maggioranza delle delegazioni nazionali nel PPE a cominciare da Forza Italia, e la coalizione di innovatori che dovrà emergere dalle elezioni europee nel maggio 2024.

A partire da quelle elezioni saranno sul tavolo delle istituzioni europee sette priorità che saranno determinanti anche per l’agenda italiana in Europa:

  •  La realizzazione del “patto verde” a cui è collegata una nuova politica energetica
  •  L’attuazione del piano di azione sociale
  •  La revisione del quadro finanziario pluriennale in vista di quello che dovrà essere adottato entro il 2026
  •  L’avvio concreto dei negoziati per l’allargamento dell’Ue verso i Balcani occidentali e l’Europa orientale
  •  Un nuovo partenariato con il Mediterraneo e con l’Africa
  •  La definizione dell’autonomia strategica dell’Ue nel quadro di un nuovo trattato per la cooperazione, la sicurezza e la pace sul continente europeo (Helsinki II)
  •  L’elaborazione e l’approvazione di un trattato-costituzionale che definisca i confini politici della nuova Ue e le regole di un’integrazione differenziata.

Questa è per noi l’agenda ottimale europea per l’Italia che un’alleanza innovatrice dovrebbe proporre alle elettrici e agli elettori il 25 settembre sotto il simbolo comune della bandiera europea.

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