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Alfabeto delle citazioni: Q come Quasimodo

Il gobbo, non il poeta

by Piera De Prosperis
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Quasimodo. Non parliamo di Salvatore Q., l’illustre poeta vincitore del Nobel per la letteratura nel 1959. Grande lirico e grande traduttore dei lirici greci. Parliamo piuttosto dell’altro Quasimodo, il gobbo di Notre Dame, essere mostruoso, dileggiato e disprezzato per la sua figura ma ricco di un animo gentile e desideroso di amore. E’ un formato a metà, in lui si materializza l’eterno contrasto tra bellezza e bruttezza, bontà e malvagità che i Greci risolvevano nel concetto di Kalokagathia, secondo il quale ciò che è bello è buono e ciò che è buono è anche bello. Per Platone, la Kalokagathia è un ideale aristocratico: “Chi si dedica alla ricerca scientifica o a qualche altra intensa attività intellettuale, bisogna che anche al corpo dia il suo movimento, praticando la ginnastica, mentre chi si dedica con cura a plasmare il corpo, bisogna che fornisca in compenso all’anima i suoi movimenti, ricorrendo alla musica e a tutto ciò che riguarda la filosofia, se vuole essere definito, giustamente e a buon diritto, sia bello sia buono.”

In Hugo, ma siamo ormai nel 1831 e tanta acqua di storia, letteratura, cultura è passata sotto i ponti dell’umanità, Quasimodo rappresenta ben altro: l’amore disinteressato, la bontà d’animo, una profonda moralità contro l’ipocrisia dei sepolcri imbiancati, seppure in un corpo deforme.

Il naso tetraedico, la bocca a ferro di cavallo, quel cespuglio rosso e quella enorme verruca a nascondere gli occhi, i denti simili ai merli di una fortezza, il labbro calloso, il mento forcuto e, soprattutto, l’espressione diffusa su tutto ciò, di quel misto di malizia, stupore e tristezza. Sotto la testa, tra le spalle, una gobba enorme, e poi gambe simili a lame di roncole, piedi enormi, mani mostruose; e insieme a tanta deformità un certo qual portamento vigoroso, agile e coraggioso, tale da incutere timore. Strana eccezione alla regola eterna per cui la forza, come la bellezza, risultano dall’armonia. Poteva sembrare un gigante rotto a pezzi e saldato male. Chi ci riesce, immagini questo insieme: tutto questo è Quasimodo.”

Hugo nella descrizione non fa sconti al suo personaggio, eppure c’è chi è più brutto di lui

“La cosa era semplice. Claude Frollo lo aveva raccolto, lo aveva adottato, lo aveva nutrito, lo aveva allevato. Piccolissimo, aveva l’abitudine di rifugiarsi fra le gambe di Claude Frollo, quando i cani e i bambini gli abbaiavano dietro. Claude Frollo gli aveva insegnato a parlare, a leggere, a scrivere. Claude Frollo, infine, lo aveva fatto diventare campanaro. Ora, dare la grossa campana in moglie a Quasimodo, era dare Giulietta a Romeo. Così la riconoscenza di Quasimodo era profonda, appassionata, senza limiti; e benché il viso del padre adottivo fosse spesso imbronciato e severo, benché la sua parola fosse abitualmente breve, dura, imperiosa, questa riconoscenza non si era mai smentita un solo istante. L’arcidiacono trovava in Quasimodo lo schiavo più sottomesso, il servo più docile, il cane da guardia più vigilante. (…) Claude Frollo non era più il semplice studente del collegio Torchi, il tenero protettore di un bambino, il giovane filosofo sognatore che sapeva molte cose e ne ignorava altrettante. Era un prete austero, grave, tetro; un curatore di anime; monsignor l’arcidiacono di Josas, il secondo accolito del vescovo responsabile dei due decanati di Monthléry e di Châteaufort, e di centosettantaquattro curati rurali. Era un personaggio importante e cupo, davanti al quale tremavano i bambini del coro in camice e giubbetto, i machicots, i confratelli di Saint-Augustin, i chierici mattutini di Notre-Dame, quando passava lentamente sotto le alte ogive del coro, maestoso, pensieroso, con le braccia incrociate e la testa talmente abbassata sul petto, che della sua faccia non si vedeva altro che la grande fronte calva.”

E’ una donna Esmeralda che, nella prorompente bellezza, racchiude in sé anche i valori di umanità ed empatia.

“Non era alta, ma lo sembrava, per lo slancio ardito della figura sottile. La pelle bruna doveva avere alla luce del giorno il bel riflesso dorato delle andaluse o delle romane. Anche il piccolo piede era andaluso, poiché sembrava essere al tempo stesso stretto e a suo agio nella scarpa aggraziata. Danzava, volteggiava, turbinava su un vecchio tappeto persiano gettatole a caso sotto i piedi, e incontrandone il volto raggiante nei movimenti del ballo si vedevano rifulgere i suoi grandi occhi neri. Tutti gli sguardi intorno erano fissi a lei, tutte le bocche erano aperte, e infatti, mentre danzava al suono del tamburello basco sollevato sopra la testa dalle braccia rotonde e pure, esile, fragile e viva come una vespa, con il bustino d’oro senza pieghe, con la gonna variopinta che si gonfiava, con le spalle nude e le gambe snelle scoperte a tratti dalla sottana, con i neri capelli e gli occhi ardenti sembrava una creatura soprannaturale.”

Quasimodo non vorrà abbandonare Esmeralda neanche nella morte

«(…) si trovarono fra tutte quelle carcasse orrende due scheletri di cui uno teneva l’altro stranamente abbracciato. Uno dei due scheletri, che era di donna, aveva ancora qualche brandello di veste di una stoffa che era stata bianca, e gli si vedeva intorno al collo una collanina di semi di azedarach con un sacchettino di seta, ornato di pietre verdi, aperto e vuoto. Quegli oggetti erano di così scarso valore che il boia probabilmente non aveva saputo che farsene. L’altro, che teneva il primo strettamente abbracciato, era uno scheletro d’uomo. Si notò che aveva la colonna vertebrale deviata, la testa incassata tra le scapole, e una gamba più corta dell’altra. Non presentava d’altronde alcuna frattura vertebrale alla nuca, ed era evidente che non era stato impiccato. L’uomo al quale era appartenuto quello scheletro era dunque venuto in quel luogo, e lì era morto. Quando si volle staccarlo dallo scheletro che stringeva, andò in polvere.»

Se nei confronti della disabilità, che Hugo (e non solo) chiamava bruttezza, abbiamo fatto passi da gigante in termini di rispetto e sensibilità, trovo, invece, che nei confronti del concetto di bellezza ci sia un fortissimo arretramento culturale. La chirurgia plastica cui si ricorre in maniera eccessiva e superficiale anche in giovanissima età ha alterato del tutto qualunque riferimento: volti tumefatti e deformati, corpi costruiti plasticamente a tavolino. Incapacità di accettarsi valorizzando il meglio di sé, rincorsa all’immagine di bellezza diffusa dai media, rifiuto dell’invecchiamento hanno generato persone che più che belle e buone sono finte e deboli.

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