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Alfabeto delle citazioni: S come serenità

Signora Ava, di Francesco Jovine

by Piera De Prosperis
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Verso la metà di dicembre il tempo s’era messo al brutto: il fiume era in piena e scrosciava furioso nella pianura travolgendo gli orti di Ischia del Ponte. Dalle sue rive montava una nebbiolina persistente, fredda, che avvolgeva le case dell’abitato. Non arrivavano più corrieri, mercanti, perché il guado era difficile se non impossibile, e il giro per l’unico ponte di Lucito molto lungo. Le strade a monte di Guardialfiera erano un lago di melma. Anche da quella parte non venivano che i vetturali degli studenti con le mule cariche di pillacchere fino al collo. Il paese s’era messo a vivere la sua curiosa vita invernale: le giornate e le notti si confondevano, l’ombra e il buio nascevano senza violento contrasto. Il mattino spruzzava un po’ di chiaro nell’ombra con la pigrizia annoiata di un compito eterno: il paese pareva disabitato, radi i passanti, più radi i capannelli dei contadini che avvolti nei mantelli, il viso sprofondato nei baveri, passavano ore, talvolta, a guardarsi taciturni, o ad ascoltare la narrazione di un fatto a cui nessuno credeva. Ma nell’interno delle case la vita acquistava un suo piacevole andamento; gli uomini attirati dal tepore del camino uscivano poco e si mischiavano con sempre maggiore intimità alla vita delle donne e dei ragazzi. Perciò, gente d’ordinario taciturna, non faceva che parlare, parlare; l’immobilità nello spazio trovava il suo correttivo nella mobilità della fantasia. Era il periodo dei racconti, delle favole, del ricordo di motti arguti, delle elencazioni delle genealogie. L’intreccio inestricabile delle parentele veniva dipanato dai più vecchi che si compiacevano di questa funzione di cronisti e, senza volerlo, con quell’operazione naturale della mente che è volta a rendere armoniche le disarmonie del passato davano ai semplici fatti narrati un ritmo di favolosa invenzione. Gl’interventi delle persone venivano posti nelle congiunture che più necessariamente li richiedevano: gl’incontri erano miracolosi e scioglievano agevolmente i contrasti. Il passato così inconsapevolmente composto e armonizzato si coloriva di bellezza. Il presente con le sue inquietudini appariva alla mente come provvisorio, come qualcosa che avendo termine doveva dar luogo al lontano ordine perduto. Le vicende locali passate li orientavano nei rapporti con gli altri membri della comunità che erano tutti caratterizzati con virtù e difetti che, a detta degli anziani, venivano loro da fonti lontane. Rimontando di generazione in generazione quelle virtù e quei difetti acquistavano coerenza e continuità. Nel vasto dramma che ognuno si veniva componendo nella mente gli attori erano disegnati a tutto rilievo e agivano secondo la necessità interna della tradizione. La terra intanto, sotto la pioggia e la nebbia, riposava quietamente; i contadini l’avevano abbandonata al suo riposo. Così, nera, fumigante di vapori, era misteriosa e diabolica. Il seme gettato nel suo grembo germinava segretamente secondo una legge che nessuno poteva comprendere. Solo quando le prime foglie tenerissime avevano compiuto il prodigio di aprirsi un varco tra le zolle tutto si faceva chiaro. (F. Jovine, Signora Ava)

E’ una descrizione del tempo fermo, dell’inverno a Guardialfiera, paese molisano luogo di nascita dell’autore, Francesco Jovine. Non mi addentro in un’analisi del testo che mi porterebbe a parlare di romanzo realista/storico, dell’influenza manzoniana sulla scrittura, dell’implicita denuncia delle condizioni del Sud in un’epoca di trasformazione quale quella dell’annessione al Regno d’Italia nel 1860. Voglio, invece, estrapolando il testo, sottolineare la magia narrativa dell’autore, troppo spesso dimenticato e relegato, nelle antologie, tra i minori della seconda metà del secolo scorso. Forse rimpiangendo un tempo lontano (il romanzo Signora Ava è del 1942) descrive questi momenti raccolti, di caldo e intimità, di chiacchiere e racconti dei nonni. Un tempo, il nostro passato, che anche per noi è legato a lontani e spesso sfocati ricordi ma che si colorano di verità nella sensazione di serenità che comunque ci offrono. Ma oggi la serenità come si conquista? L’ansia, lo stress, le preoccupazioni per il futuro richiedono uno sforzo individuale di controllo delle proprie emozioni, un equilibrio psico-fisico che nessun ricordo, nessun racconto, nessuna narrazione riescono a placare.

Nel film Perfect days di Wim Wenders nelle monotone attività quotidiane di un addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo, la velocità si dissolve e si lascia il posto ad una metodica quieta reiterazione che eleva l’abitudine a rito, la ripetizione di gesti ad un ritorno all’essenziale e al rifiuto del frenetico flusso del tempo. Giorni perfetti sono quelli in cui guardiamo serenamente al nostro tempo quotidiano comprendendo l’unicità di ogni singolo istante, guardando da un’altra prospettiva le piccole cose che ci consentono nella loro monotona consolazione di mantenere equilibrio e serenità.

 

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