Foto by Azione Cattolica Italiana
Le immagini dell’Iran in fiamme scorrono continue davanti ai nostri occhi: Teheran con le sue strade percorse da uomini che manifestano per il regime o che scappano dalla violenta repressione contro i dissidenti ormai sempre più numerosi in un paese allo sbando, donne totalmente assenti almeno nelle riprese della TV di stato ma ovviamente spina dorsale della resistenza araba specie nella grande capitale. Non a caso “Donna, vita, libertà” (Jin, Jîyan, Azadî in curdo) è un potente slogan politico e femminista nato nel movimento curdo e diventato il grido di battaglia della rivoluzione in Iran, scatenata dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022. Il motto rappresenta una ribellione contro il patriarcato, l’obbligo dell’hijab e il regime teocratico, rivendicando diritti umani fondamentali, libertà e uguaglianza di genere. (Amnesty International). Una città, Teheran, dalle mille contraddizioni anche architettoniche: grattacieli, larghe strade moderne, giardini ed antichi palazzi testimoni di un grande passato e di una lunghissima storia. Anche la letteratura iraniana ha radici antichissime. Basti pensare allo Shahnameh, il Libro dei Re, di Ferdowsi poema scritto durante il X sec. in cui si rintracciano le radici dell’identità storica, culturale e linguistica dell’Iran. Composto da circa 60.000 versi, intreccia mitologia, leggenda e storia in una narrazione che va dalle origini del mondo fino alla conquista araba. Ma tutta la storia dell’Iran è percorsa da una sensibilità profonda per la cultura, benché i media ci mostrino oggi immagini solo di violenza e persecuzione.
Vi propongo la lettura di una poesia di Forugh Farrokhzad poetessa e cineasta che ha vissuto gli anni della transizione al regime degli ayatollah, forse l’ultima voce femminile libera prima dello hijab obbligatorio.
Rivolta di dio
(da “Ossian”, “Rivolta”)
Teheran 1958
Se fossi dio,
chiamerei gli angeli
per far liquefare
la moneta del cielo
nel forno delle tenebre.
Ordinerei ai giardinieri della terra
di strappare dal ramo della notte
la foglia gialla della luna.
A mezzanotte, lacerando le tende
del mio splendido palazzo,
con gli artigli del mio furore
capovolgerei l’universo.
Dopo millenni di silenzio
getterei i monti
nella bocca spalancata dei mari.
Scioglierei i ceppi
di migliaia di stelle febbrili.
Spargerei il sangue del fuoco
nelle vene silenziose dei boschi.
Lacerate le tende del fumo,
farei danzare la figlia del fuoco,
ubriaca,
tra le braccia degli alberi,
nel muggito del vento.
Se fossi dio,
chiamerei una notte gli angeli,
per far bollire l’acqua del paradiso
sulla brace dell’inferno.
Con una torcia accesa nella mano
farei scacciare il gregge dei fedeli
dai verdi umidi pascoli del cielo.
Stanca della purezza di Dio,
a mezzanotte,
sulla china di un nuovo piacere,
cercherei rifugio nel letto di Satana.
Al posto dell’aureola d’oro
vorrei l’ebbrezza oscura e amara
di un peccato, in un abbraccio.
Che la lettura, un gesto quotidiano, possa diventare anche uno spazio di libertà lo dimostra Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi, in cui l’autrice ricorda gli anni da insegnante in Iran e il salotto di casa trasformato in un luogo di incontro dove, attraverso i grandi classici, un gruppo di studentesse trova un modo per guardare oltre le restrizioni della Repubblica islamica e cercare di recuperare una normalità perduta. Potranno quei luoghi recuperare il tempo perduto in termini di uguaglianza di genere? Ce lo auguriamo tutte e tutti anche perché la globalizzazione tanto pericolosa per alcuni aspetti crea un interscambio virtuoso tra le giovani generazioni che si confrontano e riflettono. Speriamo solo che il tempo non sia lungo e il sangue versato non sia copioso.
