Vi propongo per la lettera V un approfondimento di Giuseppe Montesano nel suo Lettori Selvaggi (2016), un’opera-mondo che racconta la creatività, la letteratura, la filosofia, l’arte figurativa dalle origini ai nostri giorni, per capirci ad esempio dai misteriosi artisti della Preistoria a Saffo a Beethoven a Borges. Tutto senza barriere tra Occidente ed Oriente, tra discipline ed arti diverse e apparentemente non dialoganti in un percorso che ognuno può costruirsi in questa affascinante foresta di circa 2000 pagine per uscire a riveder le stelle…
I Veda.
Fu intorno al 1500 avanti Cristo che un popolo in parte nomade, forse proveniente da una zona che si trovava tra il Mar Nero e il Nord dell’Afghanistan, si stabilì in quel territorio dell’India in cui gli affluenti ingrossano il grande fiume Sindhu. Là in India cominciò la stesura dei Veda, gli inni sacri in cui al centro di tutto c’erano i grandi dei, Varuna, Prajapati, Indra, Brahma, e una misteriosa bevanda: il Soma… Ma cosa scriveva nei Vada, un termine che indica la Conoscenza, il misterioso popolo che arrivò nell’ India forse dal nord del Medio Oriente? Con una impossibile sintesi si potrebbe avanzare l’ipotesi che i testi vedici abbiano un solo vero scopo dietro tutte le forme e le variazioni: i Veda parlano di come tenere insieme il mondo perché non si disgreghi in preda al caos universale. Questo compito non spetta solo, o forse per niente, agli dei che pure sono onnipresenti, ma è il compito di alcuni uomini investiti del potere pensante, i sacerdoti-pensatori che attivano quel potere attraverso il rito del sacrificio: l’essenza profonda del sacrificio vedico è un’operazione, e allo stesso tempo un’opera, che restaura le ferite che lacerano perennemente il tessuto dell’esistenza per effetto della violenza, una violenza che è insita nell’esistenza stessa, che è l’esistenza: con la conseguenza che l’azione di riparazione non vale una volta per sempre, e se perenne è la disgregazione e ricomposizione che agita le membra dell’universo, e fa sì che mangiare sia violenza, amare sia violenza e respirare sia violenza, e quindi questa violenza sia necessaria a vivere perché essa è l’essere di tutto, allora continua e interminabile sarà l’opera di sacrificio che celebra e insieme cura la ferita che è la vita…….quel che invece si può sapere, leggendo alcuni degli inni più antichi dei Veda, di cui ci restano mille e diciassette inni che si moltiplicano per quasi venticinquemila strofe è l’intensa risonanza di potere mentale e verbale dei sapienti…
Non intendo addentrarmi nella filosofia vedica che è alla base dell’induismo. Vorrei piuttosto sottolineare che già in questi testi antichissimi vi è una profonda riflessione sul concetto di pace intesa non solo come assenza di conflitti ma soprattutto come stato di equilibrio interiore e connessione con l’Assoluto. Ma come sarebbe possibile sostanziare oggi queste parole quando manca ai governanti il senso dell’equilibrio interiore condicio sine qua non è impossibile raggiungere la fine dei conflitti?
Non ci resta che recitare un mantra vedico:
Possano tutti essere felici,
possano tutti essere liberi dalla malattia,
possano tutti vedere solo ciò che è di buon auspicio,
possano tutti essere liberi dalla sofferenza.
Om pace, pace, pace.
Da ripetere più volte al giorno, sperando ci dia salvezza.
