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Alfabeto delle citazioni: Voltaire. Ottimismo

Candido tra Pangloss e Martin

by Piera De Prosperis
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L’Ottimismo è il sale della vita. Così diceva Tonino Guerra in un famoso spot di qualche tempo fa. Cosa significava? significa qualcosa ancora oggi? Solo se si ha una visione positiva della vita, se si è resilienti di fronte alle difficoltà, se si è certi di poter superare i problemi, risolverli, trasformando le sfide in opportunità, la vita acquista un sapore, acquisisce sapidità e vitalità. Bisogna in sostanza cambiare lo stile esplicativo dei fallimenti interpretandoli come fenomeni temporanei e superabili. I tempi che stiamo vivendo tra guerre, invasioni e attacchi non ci permettono, tuttavia, di essere proprio ottimisti per quel che riguarda le sorti del mondo e quindi di riflesso anche per quel che riguarda le nostre. Gli eventi internazionali si succedono con una continuità così tragica che non abbiamo neanche il tempo di mettere in atto qualche strategia difensiva, né tantomeno di pensare di poter intervenire in qualche modo. Forse solo nel nostro orticello, operando con cura si potrebbe trovare un ottimistico sollievo alle follie del mondo. Non può che venirci in aiuto per attuare una opportuna strategia difensiva il Candido di Voltaire. In questo romanzo filosofico, il giovane Candido oscilla tra l’accettazione dell’ottimismo illuministico di Pangloss per il quale siamo nel migliore dei mondi possibili e il negativismo di Martin per il quale ogni cosa non è che illusione e calamità. Alla fine tra i rigidi sistemi dei suoi due maestri Candide si costruirà una sua filosofia, “la filosofia del giardino”.

Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmoscemologia. Provava in modo ammirevole che non c’è effetto senza causa e che, nel migliore dei mondi possibili, il castello di monsignor il barone era il più bello dei castelli e la signora la migliore delle baronesse possibili. […] Le pietre sono state formate per essere tagliate e costruire castelli, perciò monsignore ha un bellissimo castello.

Martin non era consolante. La melanconia di Candide aumentò e Martin non la smetteva di dimostrargli che c’è poca virtù e poca felicità sulla terra, salvo forse in Eldorado, dove nessuno può andare.

[…] Egli era ben naturale immaginarsi che dopo tanti disastri, Candido maritato, e in compagnia del filosofo Pangloss, del filosofo Martino, del prudente Cacambo e della vecchia, avendo di più portato tanti diamanti dalla patria degli antichi Incas, dovesse condurre la vita più deliziosa del mondo; ma egli fu tanto truffato dagli ebrei, che non gli restò null’altro che la sua villetta. La sua consorte, divenendo ogni giorno più brutta, era altresì inquieta e insopportabile la vecchia era inferma, e di peggiore umore di Cunegonda. Cacambo che lavorava al giardino e andava a vendere i legumi a Costantinopoli, era oppresso dalle fatiche e malediceva il suo destino. Pangloss era in disperazione per non poter fare il bello in qualche università d’Alemagna. Martino poi, era persuaso che si stava ugualmente male da per tutto, e prendeva ogni cosa con pazienza. Candido, Martino e Pangloss disputavano qualche volta sulla metafisica, e sulla morale. Si vedevano spesso passare sotto le finestre della villetta, dei battelli carichi di effendi, di bascià e di cadì, che si mandavano in esilio a Lemno, a Metelino e ad Erzerum, e si vedean tornare altri cadì, altri bascià e altri effendi, che andavano a occupare i posti degli esiliati. Si vedevano delle teste decentemente impalate, che si andavano a presentare alla Porta. Questi spettacoli facevano aumentare le dissertazioni; e quando non si disputava, era così eccessiva la noja che la vecchia osò un giorno dir loro: — Io vorrei sapere qual è la peggiore cosa, o l’essere offesa cento volte dai pirati negri, il passare per le bacchette fra’ Bulgari, l’esser frustato e impiccato in un auto-da-fè, l’essere notomizzato remare in galera, provare infine tutto le miserie che noi abbiamo passate, oppure il restar qui a non far niente. — Questa è una gran questione, disse Candido.

[…] Io so ancora, disse Candido, che bisogna coltivare il proprio giardino. — Voi avete ragione, ripetè Pangloss, poichè quando l’uomo fu messo nel giardino d’Eden vi fu messo ut operaretur eum, perchè lavorasse; ciò che prova che l’uomo non è nato per il riposo. — Lavoriamo senza ragionare, disse Martino; questo, è il solo mezzo di render la vita sopportabile. Tutta la piccola società prese parte in quel lodabile disegno; ciascuno si mise ad esercitare i suoi talenti. La piccola terra fruttò molto. Cunegonda era invero ben deforme, ma ella divenne un’eccellente pasticciera; la vecchia ebbe cura della biancheria; Pangloss diceva qualche volta a Candido. — Tutti gli avvenimenti sono concatenati nel miglior de’ mondi possibili, perchè finalmente se voi non foste stato scacciato a pedate da un bel castello per amor di Cunegonda, se voi non foste stato messo all’Inquisizione, se non aveste percorso l’America a piedi, se non aveste dato una stoccata al barone, se non aveste perduto tutti i vostri montoni del buon paese d’Eldorado, voi non mangereste qui dei cedri canditi e de’ pistacchi. — Ben detto, rispondeva Candido, ma intanto bisogna coltivare il giardino.

Se questo è il migliore dei mondi possibili, cosa saranno mai gli altri? Ritiriamoci dunque nel nostro giardino non per sfuggire alle responsabilità ma per costruire, nonostante le atrocità cui assistiamo, la felicità intesa come equilibrio tra operosità e saggezza, lontano da elucubrazioni astratte e soggettive interpretazioni.

 

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