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All’inferno e ritorno. Per la nostra rinascita sociale ed economica

carlo cottarelli

Con questo titolo dantesco, a settecento anni dalla nascita del Sommo Poeta, Carlo Cottarelli, nel libro pubblicato in questi giorni da Feltrinelli, ci accompagna in un percorso per lui inusuale, che parte dall’analisi economica per giungere alla definizione di scelte politiche a suo avviso adeguate per la risalita.

Sin dalla premessa Cottarelli dichiara la sua opzione, che si indirizza verso un ideale di uguaglianza di possibilità e di premio al merito. Senza tale principio ispiratore la politica diventa personalismo, opportunismo e cinismo. Nel viaggio si parla dell’inferno nel quale siamo piombati a seguito di tre crisi consecutive a breve distanza l’una dall’altra, l’ultima delle quali, la pandemia, è ancora pienamente in corso.

Sulle gravi difficoltà che stiamo affrontando Cottarelli ci consente di orientarci tra la confusione di un dibattito spesso poco informato sui fatti. Partiamo dalla spesa sanitaria. Nel primo decennio del secolo la spesa è aumentata significativamente, da 68 miliardi nel 2000 a 113 miliardi nel 2010. Poi nel 2013 è scesa a 110 miliardi, per risalire a 116 miliardi nel 2019. Se guardiamo alla spesa sanitaria in termini reali, il taglio è stato pari a circa 10 miliardi di euro.

Già prima della pandemia l’Italia era in una condizione complessivamente difficile. Nei venti anni tra il 1999 ed il 2019 la crescita del Pil reale era stata tra le più basse del mondo. Sui 182 Paesi classificati per questo indicatore dal Fondo Monetario Internazionale, l’Italia era 170esima.

Poi è arrivato lo tsunami della pandemia e le tensioni si sono scaricate sul deficit pubblico. Nel 2019 era pari a 30 miliardi e nel 2020 si è sestuplicato, raggiungendo i 180 miliardi di euro. E’ stata una scelta necessaria per tutti i Paesi: la Germania è passata da un surplus dell’1,5% del Pil nel 2019 ad un deficit superiore all’8%, con un’espansione di 9,5 punti percentuali, eguale a quella dell’Italia.

Ovviamente lo stock di debito del nostro Paese ne rende più difficile la finanziabilità sui mercati, al punto che a metà marzo del 2020 lo spread aveva quasi raggiunto i 300 punti base in coincidenza con la improvvisa dichiarazione di Christine Lagarde, presidente della BCE, secondo la quale la missione della banca non era quella di ridurre gli spread. È stato il punto più acuto della crisi, in un anno comunque drammatico, che ha registrato una caduta del Pil in termini reali pari all’8,8%, solo di poco superiore alla caduta del Pil nella Unione Europea.

Il 23 marzo 2020 il Consiglio Europeo dei Ministri delle Finanze ha applicato la cosiddetta “escape clause”, che consentiva agli Stati di violare senza conseguenze le regole sui conti pubblici. Ma il sostegno più robusto dell’Europa verso l’Italia è venuto in termini di acquisto dei titoli del debito pubblico. Nel 2020 l’Italia ha avuto bisogno di 500 miliardi di euro, tra nuove emissioni e rifinanziamento dei titoli in scadenza: 220 sono venuti dalla BCE, circa 30 dal meccanismo Sure (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency). La metà del fabbisogno complessivo per il finanziamento del debito italiano è venuta quindi dalla UE.

Lo stesso andamento si registrerà nel 2021, grazie all’avvio del Next Generation EU. A fine 2021 il debito pubblico italiano sarà detenuto per circa il 28% da istituzioni europee, soprattutto dalla BCE, per il tramite della Banca d’Italia.

La nostra performance non completamente catastrofica durante la pandemia è da mettere in connessione anche con le caratteristiche manifatturiere della nostra economia e con la presenza di un tessuto di imprese di piccola e media dimensione in grado di rispondere più flessibilmente allo shock. A livello mondiale si è perso il 3,5% del Pil reale: si tratta della caduta più robusta dagli anni Settanta del secolo scorso. Il Pil mondiale aveva registrato solo una volta il segno negativo (-0,2) nel 2009.

Però il declino italiano era cominciato prima, non solo dal punto di vista economico ma anche sotto il profilo morale e persino demografico.

Per Calo Cottarelli è indispensabile avere una ideologia per uscire dalle gravi difficoltà in cui siamo piombati. Serve la chiara definizione dei principi ispiratori della società in cui vogliamo vivere. Tra le tre possibili opzioni (uguaglianza normativa, uguaglianza dei punti di partenza, uguaglianza dei punti di arrivo, vale a dire: liberismo, democrazia sociale, socialismo), Carlo Cottarelli si colloca in quella di mezzo, quella della uguaglianza delle opportunità, nella quale c’è necessità comunque di politiche di solidarietà e di redistribuzione.

Questo approccio è particolarmente opportuno in un Paese come il nostro, nel quale l’ascensore sociale funziona male ed il merito non è adeguatamente premiato. Secondo la Banca Mondiale la mobilità intergenerazionale relativa dell’Italia è la più bassa d’Europa (tranne che in Slovacchia). Nel nostro Paese, secondo uno studio OCSE, occorrono cinque generazioni perché i discendenti di una famiglia nel 10% più povero della popolazione possano raggiungere il livello di reddito medio.

E allora sono i pilastri delle politiche pubbliche che devono essere registrati e sintonizzati rispetto alle necessità contemporanee. A partire dall’istruzione che è la cenerentola della spesa pubblica italiana ormai da 15 anni. Dal 2007 al 2018 la spesa per l’istruzione è scesa del 9,1% in termini nominali e del 19,6 al netto dell’inflazione, riducendosi dal 4,5 al 3,8% del Pil. Siamo l’unico Paese europeo nel quale, nel 2018, era più bassa della spesa per interessi sul debito pubblico. E le aree nelle quali occorre maggiormente investire stanno all’inizio ed al termine del percorso educativo: asili ed università.

Nella sanità i problemi principali stanno nelle diversità regionali: i livelli di assistenza sono radicalmente differenti nelle diverse aree geografiche del nostro Paese.

Sulla sostenibilità ambientale la tassazione deve essere utilizzata per indirizzare i nostri metodi di produzione di consumo verso un mondo più verde. La tassazione di prodotti inquinanti fa in modo che imprese e famiglie tengano conto nei loro comportamenti di quelle che gli economisti chiamano “esternalità”, cioè i danni che derivano dalle nostre attività che non sono riflessi nel sistema dei prezzi.

Nelle politiche intergenerazionali abbiamo assistito ad una crescita della povertà soprattutto tra i giovani. Si è scelto di spendere di più per le fasce d’età più alte piuttosto che, per esempio, rafforzare la spesa per istruzione.

Lo stesso vale per le politiche di genere. La spesa pubblica destinata a ridurre le relative disuguaglianze è pari solo allo 0,3% del totale del bilancio di genere della spesa pubblica.

Per non parlare poi delle politiche per la concorrenza, che servono ad eliminare il dominio dei monopoli, sradicando le rendite di posizione per ridurre i profitti a vantaggio dei consumatori. Nel 2009 l’Italia ha introdotto l’obbligo di avere ogni anno una legge per il mercato e la concorrenza: la prima è stata approvata nel 2017. Ed intanto la Legge di Bilancio del 2019 ha favorito Poste Italiane nei piccoli comuni, ha prorogato per l’ennesima volta – e per altri 15 anni – le concessioni demaniali turistico ricreative, a canoni ridicoli. E via dicendo.

Sulla proprietà delle aziende, la Cassa Depositi e Prestiti è stata dotata di un patrimonio separato di 44 miliardi di euro, da impiegare a sostegno delle imprese anche per entrare nel capitale.

Per quanto riguarda le politiche fiscali, innanzitutto va combattuta duramente l’evasione, mentre esistono spazi per tassare la ricchezza ereditata e quella ricevuta in regalo, ossia quella che arriva senza alcuna relazione con le proprie abilità e con il proprio merito.

Insomma, si aprono praterie per applicare una democrazia sociale capace di invertire quella tendenza al declino che ormai condiziona l’Italia da almeno quattro decenni.

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