Il sipario è calato ancora una volta, portando via una delle stelle più luminose della musica napoletana: Angela Luce. La sua scomparsa lascia un silenzio denso, un vuoto che non è soltanto assenza, ma la sensazione di aver perso una voce che faceva parte del paesaggio emotivo di Napoli.
La sua vita è stata un lungo dialogo con la città, amata e mai abbandonata. Napoli le ha dato accento, musicalità, ironia e quella vena malinconica che ha attraversato tutta la sua carriera. Angela Luce apparteneva a una generazione di artiste cresciute tra teatro e musica, tra studio rigoroso e palcoscenico, quando ogni interpretazione nasceva dall’esperienza e dalla disciplina. La sua voce, profonda e riconoscibile, trasformava le canzoni in racconti vivi.
Di una bellezza mediterranea intensa e di un talento naturale potente, nel suo lungo itinerario artistico ha lavorato con maestri come Eduardo De Filippo, Pupi Avati e Mario Martone, attraversando teatro e cinema con ironia, trasporto e nostalgia. Tra le sue prove più significative si ricordano la commedia teatrale Il contratto e film come Lo straniero di Luchino Visconti, Il Decameron di Pier Paolo Pasolini e Malizia di Salvatore Samperi.
Ha attraversato decenni di scena rimanendo fedele alla propria identità, custodendo la tradizione della canzone napoletana e interpretandola con sensibilità contemporanea. Autrice di testi e protagonista di una stagione culturale che ha intrecciato arte popolare e grande drammaturgia, la sua carriera è stata solida, costruita con dedizione costante. Nel tempo è diventata un punto di riferimento, una presenza familiare per chi ama la cultura partenopea. La sua voce ha accompagnato momenti intimi e collettivi, intrecciandosi con i ricordi personali e con la memoria della città.
Per molti resterà la voce di “So’ Bammenella ’e copp’ ’e Quartieri”, il classico di Raffaele Viviani che riportò in scena per uno spettacolo di Giuseppe Patroni Griffi e che, negli anni Duemila, reinterpretò insieme al sassofonista Marco Zurzolo, spostando la storia nei marciapiedi di New York. Nel 1975 partecipò al Festival di Sanremo con “Ipocrisia”, conquistando il secondo posto.
Il suo ultimo pensiero pubblico è stato per l’incendio del Teatro Sannazaro: parole di dolore e di speranza, affidate ai social, per un luogo che rappresentava storia e sogni condivisi.
Con la sua morte scompare una delle ultime signore della scena napoletana, artista completa capace di attraversare generi e stagioni con naturalezza. Nell’ultimo incontro pubblico rivendicava la propria età con orgoglio e ironia: «Ho 87 anni. Mica male, eh? Sono sempre stata bella, inutile nascondersi. La modestia è il paravento dei fessi, diceva mia madre».
Oggi Napoli la saluta con gratitudine. Restano le sue interpretazioni, la sua intensità, la sua voce capace di arrivare in profondità con misura e verità. In quel patrimonio invisibile che è la memoria collettiva, Angela Luce continuerà a cantare.
