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Arrivare al Cairo: viaggio in una metropoli infinita

costruita per strati emotivi

by Francesca Pica
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Di tutto ciò che ho visto nel mondo, nulla assomiglia al Cairo. Non è una città: è un pianeta a sé, con una propria gravità, un proprio tempo, una propria logica. Te ne accorgi già dall’aereo: sotto di te si stende una distesa che pulsa, come se respirasse insieme al deserto che la circonda. Un mare compatto di tetti piatti, cupole, minareti, strade che non si capisce dove inizino e dove finiscano. È come sorvolare una civiltà più che una città. Hai l’impressione che Il Cairo non sia mai stato davvero costruito, ma depositato lì, strato dopo strato, secolo dopo secolo, senza che nulla sia mai stato completamente cancellato.

Appena si atterra, l’aria cambia. Tutta la città è avvolta da una coltre ovattata di sabbia e gas di scarico che ti arriva addosso tutta insieme: suoni e odori che si sovrappongono senza chiedere permesso. Spezie, fumi, pane appena sfornato, terra. Al Cairo non ci sono introduzioni né gradualità, sei dentro immediatamente.

 

 

È una metropoli dai numeri sbalorditivi: circa 25 milioni di abitanti, di cui il 90% musulmani e il 10% cristiani copti. L’area urbana, divisa in quattro grandi distretti, si estende per circa 1.700 chilometri quadrati, rendendo il Grande Cairo la città più grande dell’Africa e una delle più popolate del pianeta.

Il colore dominante è il giallo. Il giallo del deserto, della sabbia che avanza e si insinua ovunque, che copre, che unifica. Un giallo quasi assoluto che, entrando in città, si fa più scuro fino a diventare marrone: il colore della polvere, della pietra, della vita che si deposita sulle cose.

Si ha proprio la certezza di essere in un paradosso continuo. Immensa e insieme intima, stremante e magnetica. Accanto a palazzi sbrecciati si innalzano moschee di una bellezza vertiginosa; il traffico è feroce, ma all’improvviso si apre una piazza, un cortile, un silenzio inatteso.

Minareti sottili e cupole possenti emergono dal caos urbano come punti di orientamento. Presenze silenziose le, quasi trecento, moschee del Cairo raccontano più di mille anni di storia con i cortili ombreggiati, le fontane, il raccoglimento. Alcune, come Al-Azhar, sono centri di sapere oltre che di fede, altre stupiscono per la ricchezza decorativa dei marmi, delle calligrafie, delle geometrie. Ce ne sono di imponenti e monumentali, altre nascoste, quasi intime.

 

 

Le vie del Cairo sono fiumi d’asfalto sempre in piena, senza argini visibili. I veicoli appartengono a ogni epoca e a ogni possibile combinazione: automobili fiammanti accanto a taxi sfiancati, carrozzerie reinventate, sidecar, moto cariche oltre il possibile, carretti stipati all’inverosimile, furgoncini con rimorchi aperti colmi di persone che avanzano incuranti di ogni idea di sicurezza, minibus che si fermano ovunque, tuk-tuk che sembrano provenire da un’altra geografia. E poi i pedoni, che attraversano inserendosi nel flusso e finanche vassoi di pane arabo su teste di svelti ragazzini e mendicanti che chiedono “bakshish” (qualche moneta). Tutto convive nello stesso spazio, tutto procede insieme, senza una gerarchia apparente. Tutto scorre con una beffarda naturalezza.

 

 

Su tutto questo c’è il suono. Un tappeto continuo di clacson che non è un insulto: è una lingua. Serve a dire “sono qui”, “passo”, “attenzione”. Un dialogo metallico incessante. E sopra, intorno, le voci, i richiami, le risate, la musica araba ad alto volume, il canto dei muezzin che si rincorre da un minareto all’altro. Non è solo caos: è vita che non tace mai. Camminando, ci si accorge che ogni strada è un racconto, ogni volto un frammento di storia. Gli sguardi sono intensi e curiosi. Il Cairo guarda chi lo guarda.

Qui nulla sembra davvero finito, nulla appare definitivamente abbandonato. La città vive come se fosse sempre in attesa di un domani che non arriva mai, ma resta costantemente possibile. Lo capisci lungo le grandi arterie, guardando i palazzoni che si susseguono senza intonaco, accostati in modo caotico. Le facciate sono nude, color sabbia; i tetti spesso non esistono. Al loro posto, pilastri di cemento armato si protendono verso il cielo come promesse sospese. Qui l’edificio non è mai concluso: cresce insieme alle famiglie, si adatta, rimane aperto.

Anche il centro racconta la stessa storia, ma con un altro lessico. Grandi costruzioni nate con ambizioni faraoniche lasciano intravedere una volontà pensata per durare e rappresentare. Ma quella spinta si è spesso fermata a metà. L’intonaco scrostato, le finestre annerite dallo smog, le strutture logorate parlano di un degrado lento e inesorabile che non cancella la grandezza, ma la soffoca, la rende stanca.

È come se il Cairo fosse una città costruita per strati emotivi prima ancora che architettonici: sogni, urgenze, necessità, abbandoni. Una città che non conosce la perfezione conclusa, ma solo l’equilibrio instabile tra ciò che è stato immaginato e ciò che è stato possibile realizzare. E in questa incompiutezza cronica, sorprendentemente, continua a vivere, a respirare e crescere.

 

 

E sempre, da qualche parte, il Nilo scorre. Solenne e indifferente, come se sapesse che tutto questo è già accaduto, e accadrà ancora. Il Nilo non solo attraversa il Cairo, lo sostiene. Dopo il frastuono delle strade, il fiume è una pausa, una frase detta a bassa voce, finalmente.

Le sue acque non sono mai immobili, ma nemmeno frettolose. Portano con sé secoli di civiltà, di miti, di preghiere, di lavoro e di attese. Sulle rive il tempo rallenta: le feluche scivolano leggere, le luci si riflettono tremando sull’acqua, e per un istante Il Cairo sembra ricordarsi di essere eterno.

 

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