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CENTOMILA!

by Piera De Prosperis
morti covid

In Italia superati i 100.000 morti Covid da inizio pandemia. Draghi: “Con accelerazione dei vaccini la via d’uscita non è lontana. Ogni vita conta, non perdere un attimo”.

Sembra un bollettino di guerra, del resto è quella che stiamo combattendo contro un nemico subdolo, frutto della nostra incoscienza nel rapportarci alla natura. Frutto di un’evoluzione dei virus che convivono con noi da sempre. Non so e forse in questo momento non mi interessa discuterne. Quello che colpisce, commuove, fa soffrire, è il dato numerico fatto di persone, volti, storie, famiglie.

L’Istituto superiore di sanità ha stilato un identikit dei 100.000 deceduti per Coronavirus nel nostro Paese. Il profilo che ne scaturisce è quello di un paziente di età media di 81 anni (86 per le donne), con tre o più patologie. A fronte di un’età media dei contagiati che si è attestata sui 48 anni. Nelle ultime settimane i deceduti sono stati ancora più anziani e con più patologie, dunque i soggetti in assoluto più fragili. Dei 100.000 morti, solo 1.055 avevano meno di 50 anni e di questi 36 senza alcuna patologia. (https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-decessi-italia).

Chi c’era e cosa c’era dietro i numeri possiamo solo immaginarlo, anche perché le storie spesso ci hanno sfiorato. Abbiamo sentito di amici, conoscenti, familiari che hanno vissuto questa esperienza e non sempre l’hanno superata.

Come li ricordiamo? Anche solo il ricordo e la celebrazione di esso possono servire. Nell’antica Roma i funerali erano un dovere imprescindibile. I defunti rappresentavano i numi tutelari della famiglia. Se un morto non riceveva le onoranze dovute, la sua anima avrebbe vagato sulla terra, inquietando i parenti che non avevano compiuto il loro munus. Il nostro lutto, invece, abbiamo dovuto viverlo nel privato, senza quel rituale che serve più ai vivi che ai defunti, quando si celebra quell’ultimo lungo addio che crea un ponte speciale di affetto.

E non è confortante affatto che la percentuale di morti per Covid abbia un’età media avanzata. Anzi proprio la perdita dei nonni ci rende più poveri, con loro scompare parte di noi, della nostra storia privata e pubblica. Se la statistica serve a ricondurre ad una curva un fatto perché sia più facile comprenderlo, in realtà la complessità del fenomeno e le sue implicazioni sentimentali avrebbero bisogno di ben altre riflessioni. Stiamo diventando, giocoforza, una società senza memoria e senza sentimento verso gli anziani, che sono la parte più fragile della società ma anche quella che con le sue radici ci tiene legata al tempo che non è l’eterno presente della modernità.

Nell’Enciclopedia Treccani troviamo la definizione di ageismo come forma di pregiudizio e svalorizzazione ai danni di un individuo, in ragione della sua età, in particolare, forma di pregiudizio e svalutazione verso le persone anziane. Le statistiche ci mettono al rischio di soffrire di quest’altra forma di intolleranza.

Quando Priamo nell’Iliade va a riscattare il corpo di Ettore da Achille, a conquistare la scena è Priamo che commuove l’animo di Achille e lo induce a quella pietà sconosciuta agli Argivi. Proprio l’orgoglioso e indomabile Achille, dinanzi al vecchio padre, inerme dinanzi a tanta forza e prepotenza, scopre un sentimento fino ad allora sconosciuto, ricorda il suo stesso padre e restituisce il corpo martoriato del nemico.

Solo gli anziani, come ci dice Omero, possono ancora insegnarci quei sentimenti che la violenza dei tempi vorrebbe distruggere.

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