fbpx
Home Cinema e Teatro Città e cinema nei libri di GISELA GRÜTTER

Città e cinema nei libri di GISELA GRÜTTER

by Alessandro Bianchi

 

Il legame tra città e cinema è indissolubile.

Certo la città è nata oltre 5.000 anni fa in Mesopotamia tra le rive di due grandi fiumi – il Tigri e l’Eufrate – mentre il cinema esiste solo dal 1895 quando Auguste e Louis Lumière girano il primo film della storia – “La sortie des usines Lumière à Lyon-Montplasir” – e lo proiettano il 28 dicembre dello stesso anno a Parigi nel celeberrimo “Salon indien du Grand Café” in Boulevard des Capucines 14.

 

 

Il cinema sonoro appare addirittura trentadue anni più tardi, nel 1927, con il film “The Jazz Singer” di Alan Crosland.

Ma da allora il legame è diventato indissolubile e non solo perché un film un qualche fondale deve pur averlo, e se non è un ambiente naturale (un mare, una montagna, un deserto, una foresta, una prateria) è inevitabilmente una ambiente urbano o dintorni, ma anche perché si afferma fin dagli inizi un filone di film in cui la città gioca un ruolo centrale: come Berlino in “Sinfonia di una grande città” di Walter Ruttmann (1926), Casablanca nell’omonimo film di Michel Curtiz (1942), Napoli in “Le mani sulla città” di Gianfranco Rosi (1963), Rimini in “Amarcord” di Federico Fellini (1973), New York in “Manhattan” di Woody Allen (1979), una futuristica Los Angeles in “Blade Runner” di Ridley Scott (1982), Roma in “Caro Diario” di Nanni Moretti (1993), Lisbona in “Lisbon Story” di Wim Wenders (1994), ancora New York in “Un giorno di pioggia a New York” di Woody Allen (2019), per citare solo alcuni dei più famosi.

 

 

 

Questa breve premessa è per introdurre il libro di Gisela Grütter, architetto, docente universitario di disegno e raffinata commentatrice di film che da alcuni anni raccoglie le sue recensioni in eleganti libri titolati “Al cinema con l’architetto”, pubblicati dalla Timía Edizioni.

Nell’ultimo della serie, uscito di recente, l’Autrice ci riserva fin dalle prime pagine una grossa sorpresa. “Pertanto penso di chiudere la serie (…) con questo quinto volume, per poi trovare forme diverse e più immediate di diffusione e comunicazione di riflessioni sui film e sulle serie”.

Leggendo con attenzione la premessa si capisce bene che non si tratta di una resa bensì di una meditata riflessione sulle modificazioni strutturali introdotte dalle nuove modalità di produzione e diffusione dei film, le cui conseguenze sono state accentuate dai lunghi periodi di lock-down causati dalla pandemia.

Gli appassionati di cinema, dice l’Autrice, “reclusi nelle proprie abitazioni, hanno aumentato le possibilità di vedere film e di seguire serie TV in streaming con l’acquisizione di nuove piattaforme televisive (e) ho la sensazione che questo sia un trend irreversibile e che nel giro di pochissimo le sale cinematografiche non avranno più il ruolo che hanno svolto a tutt’oggi”.

Non è difficile intravedere nelle parole della Grütter uno degli innumerevoli cambiamenti di scenario causati dalla pandemia in tante parti della nostra vita e, per tornare al tema, nel funzionamento e nell’essenza stessa delle città.

Allora, certo che la Grütter troverà altre modalità per non farci mancare i suoi preziosi commenti ai film che con cadenza settimanale vede e studia, ripercorro rapidamente la storia dei cinque volumi della collana.

 

 

Il primo viene pubblicato nel 2017 con il sottotitolo “Film visti e commentati da Ghisi Grütter” e, naturalmente, si apre con il personale manifesto dell’Autrice titolato “Le ragioni di una passione”, ragioni che vanno ricercate nella sua appartenenza ad una generazione di ragazze adolescenti che avevano il permesso di uscire solo una volta la settimana (il sabato) e in quelle occasioni sceglievano molto spesso di andare al cinema. Una forma di svago (d’altronde in quegli anni non ve ne erano molte altre) ma con il passare degli anni nasce per il cinema un vero amore “fino a che, verso la metà degli anni ’60, ho cominciato a vederlo con occhi diversi e a considerarlo una vera e propria arte”.

Ecco il punto di svolta, la giovinetta che il sabato pomeriggio va al cinema con le amiche si trasforma in una osservatrice attenta e critica di quella straordinaria forma di espressione artistica che è il cinema, e siccome è un architetto si immerge subito nel rapporto cinema-città: “più nel film si vedeva la città, più mi sembrava interessante e avvincente”.

Le recensioni di questa prima raccolta sono centocinquanta e i testi sono accompagnati da splendide immagini, come ci dovevamo aspettare da una docente di “Rappresentazione dei fenomeni urbani e territoriali”.

Il volume si chiude con un raffinato saggio di Donatella Barazzetti, sociologa e docente di “Politiche per le pari opportunità”, che ripercorre con occhio critico le recensioni mettendo in evidenza le inevitabili scelte di genere dell’Autrice: “non ci sono film di fantascienza, né film horror e sono moderatamente presenti anche i film di guerra (…) anche i film comici sono poco presenti (…) queste assenze lasciano intuire affinità maggiori verso pellicole che si interrogano sulla complessità delle relazioni umane”.

 

 

Il secondo volume, pubblicato sempre nel 2017, rappresenta il salto dal libro singolo alla collana che l’Autrice immagina come “una sorta di cofanetto annuale di aggiornamento contenente sia le recensioni scritte da me durante l’anno, sia il loro commento in una prefazione o postfazione elaborata, di volta in volta, da una personalità diversa”.

Le recensioni sono settantadue e sono precedute da un lungo saggio di presentazione – “Sui film di quest’ultimo anno” – in cui l’Autrice commenta alcuni dei film “a titolo di esempio”, sempre con un corredo di splendide immagini, da cui traggo un passaggio dedicato proprio al tema che stiamo discutendo: “La città comunque è sempre stata un referente importante sia per la letteratura sia per il cinema. Inoltre è considerata metafora spaziale del rapporto tra individuo e società, per l’alternanza degli spazi pubblici e privati, per la distribuzione territoriale delle classi sociali e per proporre luoghi-simbolo per l’identificazione collettiva”.

La postfazione è di Vieri Quilici “grande esploratore dei confini delle arti”, mentre Franco Purini scrive un breve commento dal titolo “Centocinquanta lezioni” in cui sottolinea la concezione militante dell’Autrice “per la quale un’opera cinematografica deve possedere (…) una finalità oltre che culturale politica”.

 

 

Nel terzo, pubblicato nel 2019, le recensioni sono ottantanove e l’Autrice, dopo aver confermato che con il tempo la “consuetudine di andare al cinema si è estesa fino a diventare una vera e propria passione”, nel consueto saggio di apertura titolato si dice soddisfatta dei film che ha visionato nell’ultimo anno – “in effetti, mi pare che la recente produzione cinematografica abbia fornito prodotti di notevole interesse” – e parla diffusamente di alcuni di essi “cercando di raggrupparli con un criterio geografico (o talvolta tematico)”.

Nella prefazione Grazia Attili, sostiene che l’obiettivo della Grütter nella scelta dei film da recensire è “quello di richiamare l’attenzione sugli aspetti del paesaggio e della città in cui si svolge la narrazione (salvo poi, ndr) allargare lo sguardo dalle città e i paesaggi alle situazioni culturali che vengono rappresentate”. Insomma si conferma l’impressione generale che si ha scorrendo la sua produzione di critico cinematografico, ovvero che la Grütter si pone non solo come architetto ma anche come sociologo e psicologo.

Il volume si chiude con una interessante digressione di Donatella Barazzetti – “Limiti e confini” – a partire dal confronto tra il “Blade Runner” di Ridley Scott del 1982 e il “Blade Runner 2049” di Denis Villeneuve del 2017.

 

 

Il quarto volume, pubblicato nel 2021, raccoglie le novantadue recensioni degli anni 2020-2021 ed è inevitabile l’osservazione che l’Autrice fa in premessa circa la mutata condizione di vita causata dalla pandemia, che “ha procurato a tutti un forte senso di destabilizzazione (…) noi amanti del cinema, essendo chiuse le sale di proiezione, ci siamo attrezzati abbonandoci a varie piattaforme televisive per continuare a vedere i film da casa”.

Poi nell’interessante saggio di apertura l’Autrice affronta quello che a me sembra essere il tema sottostante all’intera collana – la città nel cinema – e riprendendo alcune considerazioni sviluppate sul punto già nel secondo volume dice: “Il cinema ha la capacità di raccontare la città, e i modi di abitarla, portando alla luce aspetti nascosti della società e i suoi desideri più o meno consapevoli in merito al presente e al futuro”.

Di qui un’ampia dissertazione su film nei quali la città ha un ruolo centrale, come Berlino, New York, Lione, Gerusalemme, Parigi, Bucarest. Ma anche, per la categoria “L’altra città (i non luoghi)”: Montfermeil nel Dipartimento della Senna-Saint Denise, Newcastle upon Tyne, perfino Spinaceto nella periferia di Roma.

A seguire l’Autrice raggruppa i film recensiti per categorie.

– Cinema e paesaggio, “laddove il film non è a trama urbana, si riscontrano le immagini di territori, di paesaggi agricoli o di paesaggi naturali”.

– Le città stereotipo, “qui si includono quelle città che rappresentano un’idea di società o un immaginario comune”.

– Le identità sessuali, “qui si possono raggruppare i film che si interrogano sui confini delle identità di genere e sul loro con-fondersi”.

– Lo sguardo femminile, “forse una certa visione femminile la si riscontra già nei film che sono andata a vedere”.

– La città simbolica, “in questo gruppo vorrei inserire i commenti di molti dei docu-film che trattano di pittori (o fotografi) in modo specifico o prevalente.

– Il luogo contenitore, “molti film hanno un impianto statico (…) e si svolgono prevalentemente in un unico luogo”.

– La piccola città come aggregazione sociale, “molti film si svolgono in paesini, in villaggi, laddove il rapporto tra gli abitanti è più stretto e si conoscono tutti da varie generazioni”.

Nella prefazione Alessandra Balletti si sofferma sulla ricerca dell’elemento vincente che si può rinvenire nella scelta delle opere da parte della Grütter: “lo sguardo femminile c’è, come sempre, quello dell’identità sessuale e delle città simboliche lo riconosco”. Poi, chiedendo licenza all’Autrice, mette in piedi un singolare quanto interessante gioco nel quale recensisce le recensioni.

Infine nella postfazione Andrea Lanini – “artista e performer” – dopo aver valutato positivamente le categorie scelte dalla Grütter che “consentono di operare confronti, trovare opposizioni e somiglianze”, commenta lungamente alcuni dei film recensiti dall’Autrice introducendo elemento del tutto nuovo: l’accostamento con l’arte figurativa, la pittura in particolare, spesso presente nei film anche con citazioni di opere celebri.

 

 

Arriviamo così da dove siamo partiti, vale a dire il quinto volume della collana che, come ho ricordato in apertura, la Grütter preannuncia essere l’ultimo e, non a caso, il suo saggio di apertura-– “Città, Cinema, Società” – è una sorta di manifesto-conclusivo di un lavoro proseguito per cinque anni.

L’apertura pone un problema nuovo nel rapporto città-cinema. “la trasformazione della città in metropoli è coincisa con l’impossibilità di poterne rappresentare l’interezza” e questa parzializzazione della realtà porta in alcuni casi ad “una vera e propria risignificazione”.

Muovendo da questo presupposto e dicendo di essersi basata su molte cose dette e scritte da Wim Wenders, l’Autrice riunisce i cinquantacinque film recensiti in gruppi analoghi a quelli commentati nel precedente volume, tra cui quello che considero, una volta di più, il centro del nostro interesse – Un film, una città – “in cui si possono inserire quei film dichiaratamente a trama urbana in cui la città è teatro della vicenda, ed è la vera protagonista della pellicola”.

Dei molti film commentati ne cito quattro per la particolarità del contesto urbano di riferimento: Gwangiu, città della Corea del Sud, in “A taxi driver” di Hung Jang (2017); San Sebastian, Marsiglia, in “Gloria Mundi” di Robert Guediguian (2019); San Sebastian in “Rifkin’s Festival” di Woody Allen (2020); Oslo, in “La peggiore persona al mondo” di Joachim Trier (2021).

Nella postfazione Donatella Barazzetti sottolinea ancora una volta la traumatica transizione causata dalla pandemia nel rapporto film-spettatore, transizione che sta alla base della scelta “conclusiva” annunciata in apertura da Gisela Grütter.

0 comment

Cosa ne pensi