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Da Paestum verso Salerno, la longobarda

by Federico L. I. Federico

Questo novembre di pioggia e freddo si è appena chiuso aprendo le porte a un dicembre che subito è apparso luminoso e solare, preannunciando il solstizio d’inverno. Questi primi giorni di dicembre ci stanno regalando infatti un acconto di bel tempo capace di farci benedire questa nostra terra del Sud maltrattata dalla Storia recente a parole e con i fatti, ma sempre di ineguagliabile fascino. E in questo bel tempo dicembrino si sente già la dolcezza del tempo alcioneo che accompagna il solstizio prossimo venturo.

D’altra parte Alcione era una figlia di Eolo – il dio dei venti che secondo la mitologia greca dimorava nelle isole Eolie, arcipelago nord della Sicilia – quindi una donna del Sud. Il mito racconta che Alcione, quando il suo amatissimo marito Cèice annegò per un naufragio nel mare aperto e tempestoso – complice la volontà malevola di Giove – disperata si gettò a mare per raggiungerlo. Ma ecco che gli dei dell’Olimpo trasformarono i due giovani in alcioni, uccelli marini dalle grandi ali, scomparsi nel Mito. Oggi potrebbero essere i gabbiani oppure il martin pescatore, uccelli che volano al largo fino a scomparire all’orizzonte. Dove? Chissà…

Con l’ultimo articolo della nostra rubrica “Touring” eravamo arrivati alla Torre a mare di Paestum, davanti alla spiaggia della Licinella. Da quel sito già si annunciavano le dolci colline cilentane precedute dalla poderosa rocca di Agropoli. Ma il tempo uggioso e piovoso di questo novembre ci ha indotti a rimandare il giro della costa cilentana alla ricerca delle Torri costiere.

Avremo di che raccontare con il bel tempo e il ritorno di Zefiro, come ci suggerisce Francesco Petrarca nel suo canzoniere. Cioè quando ritornerà il vento di ponente a riportarci la bella stagione, quella primaverile. Mettiamo al bando però la poesia e ci diamo da fare puntando stavolta il muso dell’auto verso Paestum. Ne percorriamo la cinta muraria che si perde nella campagna, minacciata da certa edilizia discutibile che i vincoli di inedificabilità hanno tenuto a freno faticosamente. E non sempre con successo.

Arriviamo fino alla Statale 18, che fu già chiamata la via Regia per le Calabrie. Ma – fin dall’epoca del Grand Tour – oltre Paestum verso Sud si avventurava raramente qualcuno, dopo avere visitato i Templi pestani. L’antica Paestum, pur essendo in un territorio difficile, era invece una tappa quasi obbligata del giro dell’Italia dei monumenti, delle chiese e delle città documentate dai viaggiatori d’ogni paese. La Calabria dovette aspettare il Novecento e l’eccentrico intellettuale anglo-caprese Norman Douglas per vedersi omaggiata per le sue bellezze nel Volume “Old Calabria” pubblicato da Douglas nel 1915. Egli l’aveva visitata nel 1907 per la prima volta e vi era tornato  nel 1911. Della Calabria Douglas decantò la natura selvaggia, i mari cristallini, le popolazioni chiuse nella loro millenaria cultura e lo stratificarsi inesausto delle tracce delle memorie storiche.

Imboccando la Statale verso Salerno, dopo meno di mezz’ora incontriamo di nuovo il Sele. Scavalchiamo il fiume in località Ponte Barizzo, dove ci accolgono numerosi cartelloni e scritte stradali che ci ricordano che siamo alle porte del Cilento, un mondo a parte nella nostra variegata Campania. Anche per questo straordinaria. Ma noi dal Sele puntiamo a nord, verso Napoli.

E, superata la frontiera d’acqua del Sele ci accorgiamo subito che il paesaggio antropizzato ci diventa più familiare, anche per il maggiore disordine urbanistico che lo caratterizza. Case, poi ancora case, officine, caseifici e piccoli insediamenti industriali punteggiano la strada Statale, all’insegna dell’assalto alla diligenza del progresso economico, come è stato male inteso spesso da noi, “nordisti” rispetto ai “terroni” della piana del Sele, che in quest’epoca di crisi globale stanno cavando dalla terra il proprio sudato benessere. La nostra meta è comunque Salerno, la Longobarda, anch’essa nel profondo, diversa da noi “napoletani”.

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