Con Gomorra – Le Origini, la serie televisiva (prequel dell’originale Gomorra, trasmessa su Sky Atlantic) conferma quello che molti spettatori avevano già intuito: la vera protagonista non è soltanto l’organizzazione criminale raccontata sullo schermo, ma la città di Napoli stessa, con tutte le sue contraddizioni, bellezze e ferite aperte.
Non assistiamo a un semplice prequel: è un ritorno alle fondamenta morali, sociali e geografiche di un immaginario che ha segnato la televisione italiana degli ultimi dieci anni. La serie sceglie di fare un passo indietro non per nostalgia, ma per scavare più a fondo, mostrando come la violenza, il potere e l’appartenenza non nascano all’improvviso, ma si sedimentino nel tempo, quartiere dopo quartiere, scelta dopo scelta.
La serie, pur narrando la genesi e l’espansione di una struttura criminale, non cade nella celebrazione del crimine. Al contrario, mette in scena uomini e donne messi alle strette da un contesto sociale ed economico che spesso sembra non lasciare vie d’uscita. Napoli non è mai un paradiso perduto, né un inferno predeterminato. È una città dove le scelte hanno sempre un prezzo, dove la dignità può essere un lusso, dove la violenza è un linguaggio che si impara prima di imparare quello dell’amore.
Le strade, i palazzi, le periferie non sono luoghi “da cartolina criminale”, ma spazi di formazione: è lì che si impara a stare al mondo, a sopravvivere, a scegliere, o a credere di scegliere, da che parte stare. Le origini riesce a mostrare come il contesto non giustifichi, ma spieghi e rende comprensibile il percorso che porta certi destini a sembrare inevitabili.
La forza della serie sta proprio in questo: nel sottrarre epica per restituire realtà. I personaggi non sono ancora boss, ma ragazzi, famiglie, figure intermedie che oscillano tra ambizione e paura, tra desiderio di riscatto e senso di appartenenza. Il male non è mai astratto: è quotidiano, domestico, spesso invisibile. È una dinamica che si insinua nelle piccole rinunce, prima ancora che negli atti eclatanti. La cronaca dei fatti, l’intreccio di potere e di denaro, viene narrata senza filtri schematici: senza eroi assoluti. E in questo sta la forza della serie: la sua radicale fiducia nell’intelligenza dello spettatore, che deve farsi carico, episodio dopo episodio, di guardare senza illusioni, ma non senza empatia.
Dal punto di vista stilistico, Gomorra – Le origini mantiene la cifra visiva che ha reso la saga riconoscibile, ma la declina in modo più asciutto e meno spettacolare. La regia privilegia i tempi lunghi, gli sguardi, le attese. La violenza, quando arriva, non è mai estetizzata: pesa, lascia tracce, sporca. È una scelta narrativa coerente con l’intento del racconto, che sembra voler interrogare più che affermare.
Alla fine, Gomorra – Le origini è una serie più introspettiva che esplosiva, più interessata alle cause che agli effetti. Un racconto cupo, che non cerca di ampliare il mito, ma di smontarlo pezzo dopo pezzo. E proprio per questo riesce a restituire alla saga una nuova forza narrativa: ricordarci che ogni impero criminale, prima di essere tale, è stato una somma di scelte fragili, umane, profondamente tragiche.
