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Ha senso dirsi ‘di sinistra’?

La risposta di Giuseppe Giliberti

by Luigi Gravagnuolo
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Ha ancora un senso dirsi ‘di sinistra’? Se sì, cosa significa oggi, nel tempo dell’AI e della post-globalizzazione?

Se lo chiede Giuseppe Giliberti nel suo ‘Che vuol dire sinistra?’, fresco di stampa per i tipi di Intra.  Arricchiscono il saggio dell’autore tre dialoghi tra lui e altrettanti padri nobili della sinistra italiana: nell’ordine Pier Luigi Bersani, ‘Chiedimi cos’è la sinistra’; Achille Occhetto, ‘La sinistra del futuro’; e Chiara Geloni, ‘Dialogo sulla sinistra’. Le tre interviste ripropongono quelle già pubblicate su labpolitiche.it trimestrale online di cui Giliberti è direttore editoriale, mentre il saggio è di prima pubblicazione.

Dunque, ha senso dirsi di sinistra oggi, qui, in Italia? Giliberti non ha dubbi, sì. E non solo in Italia! Lo argomenta con una prosa asciutta, lineare, stile saggistica anglosassone. Ricorda molto, ad esempio, quella di G.D.H. Cole nella sua monumentale ‘Storia del pensiero socialista’.

«La sinistra è un sistema di valori, prima che uno schieramento politico?» chiede Giliberti a Bersani e lui: «Assolutamente sì. È un’idea originaria, che ti fa vedere i rapporti umani in una prospettiva orizzontale e non gerarchica… [la sinistra] sbuca sempre di nuovo, perché quell’idea non può, non può morire. Il problema è non lasciare quel fiore di campo in mani sbagliate…».

Dunque la sinistra come sistema di valori, eguaglianza, pari dignità di tutti gli uomini, diritti sociali e civili, individuali e di gruppo. Eppure, a ben vedere, nella risposta di Bersani c’è anche quel maledetto germe che nel corso della storia ha condannato e tuttora condanna la sinistra alle sue frequenti e purtroppo amare divisioni. Il problema è non lasciare quel fiore di campo in mani sbagliate, dice Bersani. Ma chi decide se le mani che in un determinato momento storico si prendono cura del fiore della sinistra siano quelle giuste o quelle sbagliate?

Giliberti, per parte sua, è attento al dialogo nella sinistra e tra le sue anime. Ha un approccio inclusivo. A tal uopo ripercorre la storia dell’idea della sinistra da quando il lemma è entrato nel lessico politico fino a oggi.

28 agosto 1789, nel pieno della temperie rivoluzionaria, nella Salle du Manège al Palazzo delle Tuileries, già maneggio equestre del re, si riunì l’Assemblea Nazionale della Francia. Tradizionalmente i rappresentanti della Nobiltà si sedevano in alto, gli Ecclesiastici nel mezzo e il Terzo Stato in basso. Quel 28 agosto quell’ordine, rispecchiante la struttura gerarchica della società tardo-feudale, fu ribaltato. Cambiò nell’aula la disposizione dei rappresentanti della Nazione.

All’ordine del giorno c’era la decisione sul diritto di veto del re sulle leggi deliberate dall’aula. L’Assemblea avrebbe ri-legittimato tale potestà o gliela avrebbe negata? I contrari alla conservazione di quella prerogativa si schierarono a sinistra della presidenza, a destra i sostenitori della monarchia assoluta, in mezzo i moderati. Nacque allora la sinistra, quell’idea che non può, non può morire. E che non è morta.

A proposito del nuovo assetto dell’aula Giliberti scrive: «Non è un caso, la mano destra è connessa al concetto di dominanza e di tradizione … è la parte che sostiene una visione gerarchica della società, volta a salvaguardare il potere economico e politico delle élites esistenti… La sinistra contestava gli assetti politici ed economici esistenti». Tale topografia politica negli emicicli parlamentari e in tutte le aule rappresentative resta tuttora in vigore.

Oltre alla collocazione in aula, alla sinistra fu presto associato il colore rosso. Simbolo del terrore giacobino prima, poi, quando nel XIX entrò nell’agone sociale e politico la classe operaia, emblema del sangue degli operai. E sì, perché ben presto il fiore della sinistra passò dalle mani della borghesia rivoluzionaria dell’89 francese a quelle del movimento operaio. Dunque: collocazione nell’emiciclo e bandiera rossa, questi i tratti dell’identità ‘visiva’ della sinistra.

Minuziosa la ricostruzione dell’evoluzione storica della sinistra, con particolare attenzione all’apporto del marxismo, nel cui pensiero Giliberti trova elementi di viva attualità. Equilibrata e decisamente interessante è la disamina delle divisioni della sinistra nel confronto con l’esperienza drammatica dello stalinismo. Infine – e non poteva eludere il tema – la sfida della rivoluzione dell’AI e quella del ritorno della guerra in Europa alla sinistra contemporanea. Quell’Europa che segna un ennesimo scoglio per l’unità della sinistra, divisa tra euro-federalisti ed euro-scettici.

Ma torniamo alla preoccupazione di Bersani, quali sono le mani sbagliate della sinistra? Giliberti richiama, per emendarla, l’ormai ‘classica’ classificazione bobbiana delle destre e delle sinistre: estrema sinistra; centro-sinistra; centro-destra; estrema destra. A parere del Nostro bisogna piuttosto classificare il ventaglio politico in cinque categorie: estrema destra (reazionari); destra (conservatori); centro (ordoliberali); sinistra democratica (progressisti); ed estrema sinistra anticapitalista.

L’autore con tutta evidenza e convinzione si riconosce nella sinistra democratica, fedele al pensiero di Enrico Berlinguer, per il quale «la democrazia è il valore storicamente universale sul quale fondare un’originale società socialista». Per intenderci, la sinistra nella quale si riconosce Giuseppe Giliberti è quella dei Sanders e delle Ocasio-Cortez negli USA; dei Progressive Democrats di Elisabeth Warren negli stessi USA; del Labour Party inglese; dei cattolici progressisti eredi del dossettismo; e dei verdi ecosocialisti, tra i quali oggi sembra riconoscersi Achille Occhetto. Non esclude dal perimetro della sinistra i lib-lab alla Gobetti o i radicali alla Fratelli Rosselli e di Giustizia e Libertà. Sottolinea altresì l’arricchimento della cultura e dei valori della sinistra operato dall’avvento nell’agone sociopolitico dell’egualitarismo tra i generi. Le donne certo, ma anche i movimenti LGBTQ+.

Nelle pagine conclusive Giliberti si spinge a proporre una piattaforma attorno alla quale la sinistra italiana, nel suo insieme, potrebbe oggi ritrovarsi. Un contributo importante alla definizione di un ‘programma di governo’, premessa ineludibile allo svolgimento delle primarie per l’individuazione del leader del campo largo. Su esso si stanno cimentando in queste ore i partiti di opposizione al Governo Meloni.

Segnaliamo in chiusura la ricchezza dell’apparato critico che accompagna il testo, una bibliografia esaustiva per quanti volessero approfondire la ricerca sulla sinistra e la sua storia fino ai giorni nostri. A tal proposito un solo piccolo rammarico. Peccato non averci pensato, sarebbe stato utile pubblicare in appendice l’ampia bibliografia citata; come pure l’indice dei nomi e dei luoghi. Confidiamo che Giuseppe Giliberti ne terrà conto per le prossime edizioni, che gli auguriamo. Il libro le merita.

 

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