Foto by Storico Carnevale di Ivrea
Il Carnevale è alle ultime battute. Come ogni anno lascia dietro di sé coriandoli lungo le strade, carri da smontare, maschere da riporre negli armadi. Ma soprattutto lascia storie. Perché in Italia il Carnevale non è una festa sola: sono tanti “Carnevali”, diversi per forma, lingua, suono e colore. È teatro di strada e rito antico, sfilata spettacolare e satira politica, musica travolgente e silenzio carico di simboli. È arte popolare e arte colta insieme.
A Viareggio, con il celebre Carnevale, i carri allegorici sono i grandi protagonisti. Gigantesche macchine teatrali in movimento fatte di cartapesta che diventano scultura e provocazione. Sfiorano il cielo, sfidano la gravità, si animano davanti agli occhi di turisti e residenti. Le caricature raccontano l’attualità meglio di molti editoriali: politica, ambiente, costume. Si ride, sì, ma con un retrogusto critico che punge e invita a riflettere.
A Venezia il Carnevale è eleganza e mistero. Maschere barocche, costumi sontuosi, palazzi che si specchiano nell’acqua: qui il Carnevale è sospensione del tempo, dialogo continuo tra estetica e storia. Ma dietro la raffinatezza c’è un’idea potente. “Semel in anno licet insanire”: una volta l’anno è lecito impazzire, era il motto non scritto della Repubblica Serenissima, dove la maschera era uno strumento sociale: livellava le differenze, annullava le gerarchie, permetteva al servo di deridere il padrone e al nobile di mescolarsi al popolo. L’anonimato diventava libertà. “Buongiorno, Siora Maschera”: un saluto uguale per tutti, senza titoli.
A Ivrea la Battaglia delle Arance è energia pura. Una battaglia simbolica che rievoca un’antica ribellione popolare e che ancora oggi rappresenta uno straordinario patrimonio culturale. Il lancio delle arance è il momento di massima partecipazione collettiva: chiunque può prendervi parte, entrando in una delle squadre a piedi o salendo su un carro da getto. Non è solo spettacolo: è memoria condivisa, identità che si rinnova nel gesto.
E poi c’è Putignano, con il suo Carnevale tra i più antichi d’Europa. Qui tradizione e ironia convivono da secoli. Le “propaggini” satiriche, i carri, le maschere, i cortei che attraversano le vie cittadine: tutto diventa linguaggio, affondo intelligente sulle contraddizioni del presente. La festa non è evasione, ma racconto.
Ogni città declina il Carnevale a modo suo, ma il filo rosso è lo stesso: è uno spazio di libertà. Per qualche giorno si può esagerare, criticare, capovolgere i ruoli. È il tempo in cui il serio si traveste da comico e il comico svela il serio. Una lente d’ingrandimento sulla società che ne mostra le crepe, ma anche la straordinaria capacità di ridere di sé.
C’è qualcosa di profondamente democratico nel Carnevale. Non appartiene a un’élite. Nasce dalle mani di chi costruisce carri per mesi, dalle bande che provano nelle sale parrocchiali, dalle sarte che cuciono fino a notte fonda. È un’opera collettiva, e proprio per questo riesce a essere insieme popolare e colta: perché dietro il divertimento immediato c’è studio, tecnica, memoria, visione.
Il Carnevale racconta la comunità. Le sue paure trasformate in mostri di cartapesta. Le sue speranze dipinte a colori accesi. Le sue contraddizioni messe in scena senza filtri. In un Paese variegato come l’Italia, la pluralità dei “Carnevali” è un paradosso virtuoso: tante identità locali che, una volta l’anno, parlano lo stesso linguaggio universale della festa.
Domani i coriandoli verranno spazzati via e i travestimenti verranno riposti nei cassetti. Ma resta qualcosa di più profondo: la consapevolezza che, almeno per qualche giorno, abbiamo saputo guardarci allo specchio ridendo. E forse è proprio questa la funzione più autentica del Carnevale: farci divertire, sì, ma anche ricordarci chi siamo, o chi vorremmo essere, sotto la maschera.
