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Il gangsterismo sociale giovanile a Napoli

by Pietro Spirito

 

Da dove deriva la singolarità della situazione dell’ordine pubblico a Napoli? Se lo chiede Isaia Sales, nel suo libro “Teneri assassini. Il mondo delle babygang a Napoli”, Marotta&Cafiero. La città partenopea mantiene il primato degli omicidi non solo tra le metropoli italiane, ma anche rispetto alle altre due capitali di mafia (Reggio Calabria e Palermo): l’indicatore si è più che dimezzato rispetto alla stagione delle stragi di camorra negli anni Ottanta, quando si era raggiunto il valore di 7 omicidi per ogni 100.000 abitanti, ma resta comunque alto (3 omicidi ogni 100.000 abitanti).

Si registra un numero impressionante di clan presenti a Napoli e nel suo hinterland, una quantità che non ha eguali nelle altre organizzazioni mafiose. Questo accade per una sorta di paradosso dell’ordine pubblico a Napoli: i successi repressivi generano un vuoto di potere che si trasforma in un incentivo di nuove leve criminali per assurgere alla ribalta

Ma l’elemento più caratteristico consiste nel maggiore “giovanilismo” delle bande di camorra rispetto alle altre organizzazioni di tipo mafioso. A Napoli si può essere boss di camorra a diciotto/vent’anni, si partecipa a delitti efferati tra i quindici e i diciotto anni, a quattordici anni si è già nel giro della droga.

Sales identifica i cambiamenti intervenuti sulla base delle trasformazioni sociali degli ultimi decenni. I tassi di omicidi sono aumentati in maniera esponenziale con la rottura della promiscuità iniziata con la costruzione delle periferie tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, e poi in maniera più accentuata dopo il terremoto del 1980. Nella struttura sociale tradizionale partenopea si conviveva nei palazzi storici con una articolazione differenziata a seconda dei piani. Nella mescolanza si attutiva l’odio di classe, nella convivenza di posizioni sociali si mitigava l’alterigia delle classi superiori e l’invidia di quelle inferiori. La nascita delle periferie a Napoli è un fenomeno recente, e ha avuto nei fatti un effetto criminogeno.

Un’ulteriore caratteristica è l’alto numero di morti ammazzati “per caso”. Tutti giovani e giovanissimi, ben quaranta dal 1982 in poi, un centinaio compresi i feriti. Il senso di violenza diffusa che ne deriva è ovviamente alto. Mentre le volte precedenti, quando si era raggiunto un numero di morti ammazzati superiore a quello attuale, non si era persa la convinzione che la questione criminale e sociale di Napoli fosse risolvibile o almeno contenibile, oggi si avverte netta la sensazione che, nelle attuali condizioni della città, è impossibile trovare il bandolo della matassa.

Manca un orizzonte alla drammatica questione urbana e sociale napoletana. In Campania la percentuale di minori in stato di povertà relativa è del 22,1%, e su questo dato incide massicciamente quello della città capoluogo. In Campania il tasso di dispersione scolastica è del 21%, ed è la metropoli partenopea che concorre in grandissima parte a questa assurda classifica.

Siamo di fronte a qualcosa di inedito, che non è solo camorra e al tempo stesso non è solo banale esplosione di violenza incontrollata. È invece un particolare e impressionante approdo della questione giovanile in una grande area urbana senza mezzi economici, culturali e sociali di integrazione, e con una lunga tradizione criminale alle spalle.

Si sta formando un fenomeno che probabilmente è già oltre la camorra per come l’abbiamo conosciuta. Isaia Sales definisce questo fenomeno gangsterismo sociale.

Oggi Napoli non è più la città degli scugnizzi e degli sciuscià. I minori che un tempo vivevano al limite della legge per guadagnarsi qualcosa hanno lasciato il campo ai guaglioni di camorra. È questa contiguità della devianza minorile con la criminalità camorristica che caratterizza da alcuni decenni la particolarità e l’esplosività della questione minorile a Napoli e nel suo hinterland.

Nell’area metropolitana partenopea, questione urbana, questione minorile e questione criminale si presentano in un intreccio inestricabile, come una spia violenta e tragica di una gigantesca irrisolta questione sociale. Oggi Napoli (assieme alla sua provincia) si segnala tra le città con il maggior numero di minori coinvolti in procedimenti per 416 bis.

Un numero così alto di minori coinvolti in attività camorristiche e indagati per questo reato non esiste in nessun’altra parte d’Italia. Se in altre grandi città italiane ed europee la questione minorile è anche espressione di una difficile integrazione di varie ondate migratorie, a Napoli essa è una questione locale. Basta guardare le statistiche. Se a Milano i minori stranieri che commettono reati sono quasi il 40%, a Bologna superano il 37%, a Roma e Firenze vanno oltre il 33%, a Napoli incidono solo per il 10%.

Napoli è una città a bassissima promozione sociale: l’ascensore sociale si è arretrato del tutto. Si vive e si muore nello stesso quartiere, nella stessa periferia, nello stesso mestiere o nell’assenza di un mestiere. Ci si sposa all’interno dello stesso quartiere e dello stesso ambiente sociale. Le forme della violenza trovano nuove strade, le cosiddette “stese”: arrivano in gruppo con i motorini, come per una sfilata militare e cominciano a sparare all’impazzata (con armi modernissime) contro finestre, vetri, balconi, auto, negozi, fino a costringere le persone a stendersi per ripararsi per non farsi colpire.

Si tratta di una tecnica di guerriglia urbana tipica delle gang minorili latino-americane. Negli ultimi due anni sono state segnalate più di cento stese in cinque diversi quartieri della città, segno evidente della gangsterizzazione della violenza cittadina e del rapido abbassamento dell’età dei partecipanti.

Isaia Sales si interroga sulle radici storiche dell’eccezionalismo partenopeo. La plebe

napoletana ha rappresentato un terribile elemento di dissuasione e di ricatto, una vera e propria barriera socio-culturale, perennemente eretta contro ogni eventuale minaccia che al privilegio e al parassitismo, ai loro arbitrii e al loro peso, potesse venire da forze economiche e sociali, animate da una volontà di rinnovamento, di rottura e di progresso.

Il nuovo fenomeno delle babygang mette in luce i cambiamenti dei decenni recenti. A Napoli in molti quartieri e in quasi tutte le epoche storiche i bambini sono sempre stati bambini-adulti, cioè costretti a crescere in fretta per aiutare la propria famiglia a

sopravvivere, pronti a ogni attività di strada per corrispondere alle aspettative familiari, tranne quella di giocare e istruirsi in attesa della maggiore età.

La camorra diventa, una prospettiva di vita e non un ripiego degli emarginati dalla vita. Il camorrista non è uno che si arrangia, non è uno che chiede, non è uno che ruba, ma pretende, esige, svolge una funzione che si paga, e diventa un modello di vita.

Molti giovanissimi dei quartieri “bassi” della città di Napoli e delle sue periferie percepiscono la violenza come una particolare lotta di classe, con un ‘look’ che si distingue da quello del classico camorrista, e assomiglia piuttosto ai modelli che i media sociali hanno reso ‘virali’ in tutte le periferie del globo, quelli – per intenderci – delle gang giovanili o dei cartelli sudamericani della droga. Si sentono come dei guerriglieri del crimine. Come al tempo di Raffaele Cutolo, sono “teneri assassini”, assassini dalla tenera età, scugnizzi che ammazzano, minori adultizzati dall’uso della violenza.

La camorra di Cutolo è stata una organizzazione criminale caratterizzata da gangsterismo urbano, violenza giovanile e aspirazioni sociali, criminalità-spettacolo e mutualità delinquenziale, criminalità ideologica e violenza pura. Cutolo si è incontrato con la devianza giovanile, l’ha reclutata nei luoghi dove vive collettivamente (periferie urbane e carceri), l’ha compattata, le ha dato una bandiera e un credo.

La NCO, dunque, è stata l’espressione di una delinquenza-massa, di una specie di movimento collettivo della gioventù violenta e sbandata della Campania. Un partito del crimine, appunto, con un suo credo e una sua filosofia. La camorra si rivela un’organizzazione criminale estremamente sensibile e permeabile alle ideologie politiche estreme e, a Napoli, sia quelle di sinistra, sia quelle di destra hanno storicamente tentato di rappresentare il sottoproletariato e i suoi contraddittori interessi.

Forse l’ideologia dei soldi a tutti i costi è ciò che unisce i giovanissimi dei rioni sottoproletari di Napoli con i “fratelli” neri americani e molte altre baby-gang presenti in tante città del mondo. L’espressione ‘o fra’ (fratello) domina nei rapporti tra i membri dello stesso quartiere o della stessa banda. Si sta formando un fenomeno criminale diverso da quello che abbiamo conosciuto fino a qualche anno fa e che, forse, l’espressione camorra non riesce completamente a descrivere. C’è la crudeltà giovanile e il gangsterismo urbano, c’è l’ideologia della violenza come legittimazione sociale e la contrapposizione permanente a ogni forma di socialità fuori dal recinto criminale.

Nella camorra dei quartieri e dell’hinterland è crollato, insomma, il confine tra minori

e adulti. I ragazzini si vogliono mettere alla pari con gli adulti e per farlo debbono saltare un’età e farsi aiutare dalle armi, se la prestanza fisica non è adeguata. Sparare, offendere, ferire, uccidere, mettere paura vuol dire saltare fuori dall’infanzia e dall’adolescenza.

Isaia Sales, per uscire da questo incubo sociale e criminale, propone di partire dalla scuola, dalla istruzione e dal lavoro. In determinati quartieri non ci si può permettere il lusso di avere un solo bambino che non abbia l’asilo, la scuola materna, l’istruzione fino all’età prevista dalla legge: fino a che ogni bambino non avrà a fianco alla famiglia naturale una famiglia pubblica che sopperisce o aiuta la prima negli anni decisivi dell’apprendimento, non sarà mai possibile limitare una crescente criminalità minorile.

La seconda proposta riguarda la costituzione di più équipe multi-disciplinari che dovrebbero seguire l’andamento scolastico di questi bambini di determinate famiglie, dando loro la precedenza assoluta in assistenza e supporto. Un ulteriore intervento dovrebbe riguardare i ragazzi dai quattordici ai diciotto anni. Bisognerà trattare diversamente quelli che ora arrivano nel circuito della giustizia, trasformando in scuole e fabbriche a tempo pieno gli attuali istituti di pena.

Infine, per Sales si potrebbe avanzare una proposta di un Erasmus per i minori a rischio, una chance di confrontarsi con altri ambienti e altre condizioni di vita e di studio e avviare un progetto che consenta ai diciottenni di svolgere un’esperienza lavorativa/formativa all’estero.

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