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Il nostro lungo inverno demografico

by Luigi Gravagnuolo

 

Il rapporto ISTAT su Natalità e Fecondità in Italia nel 2020, pubblicato a metà dicembre ‘21, conferma un trend che si protrae ormai da oltre un decennio. Il nostro Paese, come gran parte dell’Occidente, vede progressivamente decrescere la propria popolazione, non riuscendo i nuovi nati a rimpiazzare quelli che ci lasciano.

Per non appesantire il testo vediamo giusto poche cifre per date simboliche, confidando che ciascun lettore trovi conferma dell’assunto nell’evidenza della propria percezione diretta della realtà.

1862, primo anno solare dell’Italia unita: al primo gennaio la popolazione ammontava a 26.328.000; in quell’anno il tasso di natalità fu del 37,5%, quello di mortalità del 30,9%, il saldo naturale nati/morti fu positivo +176.000, il tasso di fecondità si attestò al 4,9.

1918, dopo la Grande Guerra e l’epidemia ‘spagnola’: popolazione al primo gennaio 37.844.000, nel ‘15 ad inizio guerra erano poche migliaia in meno; nell’anno il tasso di natalità fu del 18% e quello di mortalità del 35,3%; negativo il saldo annuale nati/morti -648.000, tasso di fecondità 3,1.

In nessuno degli anni della Seconda Guerra Mondiale fu registrato un calo demografico, anzi tra il ‘40 e il ‘45 ci fu un notevole incremento. Al primo gennaio del ‘46 la popolazione contava 45.540.000, oltre un milione in più che nel ‘40; ciò grazie a un tasso di natalità che nei cinque anni della guerra si era mantenuto intorno al 20% e a un tasso di mortalità medio intorno al 15%. Il saldo naturale nati/morti in quel lustro fu notevolmente positivo + 1.274.000. Gli Italiani avevano perso la guerra, non la speranza nel futuro e la fiducia in se stessi.

1964, in pieno boom economico: tasso di natalità 19,7%; tasso di mortalità 9,5%; saldo naturale nati/morti +526.000; popolazione al primo gennaio 51.444.000; tasso di fecondità 2,7.

Cinquanta anni dopo, 2014: tasso di natalità 8,3%; tasso di mortalità 9,8%; saldo naturale nati/morti -96.000; popolazione al primo gennaio 60.346.000; tasso di fecondità 1,4.

2020, anno del Covid: tasso di natalità 6,8%; tasso di mortalità 12,5%; saldo naturale nati/morti -342.000; popolazione al primo gennaio 59.641.000; tasso di fecondità 1,24; il più basso tasso della storia d’Italia.

Dal 1993 ad oggi, vale a dire da quasi un trentennio a questa parte, salvo che in due anni – il 2004 e il 2006 – il saldo annuale è stato sempre negativo, nonostante la popolazione assoluta sia cresciuta grazie alle immigrazioni. Ma dal 2013 anche il potenziamento demografico da genitori stranieri va diminuendo e da sette anni a questa parte la popolazione totale decresce. Siamo ora tornati a meno di 60 milioni.

I problemi che derivano dalla denatalità sono enormi. La popolazione attiva invecchia e, quando si ritira dal lavoro, non viene sostituita. Oggi, su cento italiani 57 non sono in età lavorativa; se poi dal 43% in età lavorativa togliamo quelli che non lavorano perché disoccupati, o cassintegrati, o studenti o altro, a tirare la carretta Italia, sovraccarica di trentasette milioni di persone che consumano, ma non producono ricchezza né reddito, resta l’esiguo numero di 23 milioni di attivi, molti dei quali ormai vicini alla pensione.

È palmare che così non reggeremo a lungo.

Le cause? I rimedi? Se ne discute da circa un secolo.

La riflessione cominciò tra le due guerre, quando filosofi, antropologi, demografi e sociologi cominciarono a parlare di tramonto dell’Occidente. Qualcuno arrivò a convincersi che la crisi della natalità fosse determinata dai grandi fenomeni di urbanizzazione e spopolamento delle campagne o addirittura dall’imbastardimento della razza bianca. Richard Kohreer, demografo e statistico tedesco, cattolico convertitosi al nazismo, nel suo “Regresso delle nascite, morte dei popoli”, pubblicato nel ‘26, parlò di agonia della civiltà euromediterranea, attribuendone le colpe, oltre che ai fenomeni sociali in corso, a fattori culturali, quali il dilagante egoismo e la ricerca dei piaceri immediati nei giovani. Si meritò per questo suo studio il plauso di Oswald Spengler, l’autore del Tramonto dell’Occidente. Poi, dal ‘42 a fine guerra, Kohreer si prodigò nell’ignobile professione di contabile demo-statistico dello sterminio degli Ebrei. Un abominio, ma le sue riflessioni giovanili non erano state banali.

Il ‘presentismo’, cioè l’eradicazione delle persone dalle loro radici familiari, nazionali e culturali, in breve dalla propria storia, e l’offuscamento della prospettiva del futuro, è oggi il tratto egemone della cultura euro-americana.

Precari nel lavoro, nomadi quanto alla residenzialità, ripiegati sul presente, i giovani non sono più disposti a mettere al mondo un bambino, che significa impegno a conservare e a tramandare la propria storia e proiezione verso il futuro, ma anche rinunce nell’oggi.

Denatalità dunque. Forse, guardato con occhio globale, il dato potrebbe addirittura risultare positivo. Il pianeta non regge più oltre sette miliardi di esseri umani che lo saccheggiano impietosamente. Un calo demografico globale potrebbe essere un bene per la Terra, tuttavia non possiamo né dobbiamo sottacere il rischio della scomparsa di intere millenarie civiltà, tra le quali quelle occidentali sono le più esposte.

Ci si è fermato anche papa Francesco, nell’Angelus dello scorso 26 dicembre: “Facciamo tutti il possibile per riprendere una coscienza, per vincere questo inverno demografico che va contro le nostre famiglie, contro la nostra patria, anche contro il nostro futuro”.

Già, ma come fare?

La politica sta tentando un approccio economicistico, bonus mensili alle coppie che fanno o hanno figli e rafforzamento del welfare (asili, mense, servizi alla persona etc.).

La ricetta pare stia cominciando a dare frutti in Svezia, temo tuttavia che non basti. La denatalità non è causata in modo preminente dalla mancanza di soldi e di servizi.

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