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Il regionalismo ha fallito?

by Flavio Cioffi
regionalismo

1948. Entra in vigore la Costituzione italiana che istituisce le Regioni. Ma restano sulla carta. Per nascere concretamente dovranno aspettare oltre vent’anni.

1970. Si tengono le prime elezioni regionali. Il conseguente processo di decentramento si sviluppa lentamente ma inesorabilmente, fino ad arrivare al semi-federalismo amministrativo (“norme Bassanini”).

2001. Viene approvata la famosa (famigerata) riforma del Titolo V della Costituzione. Che, ad essere eufemistici, è stata ed è fonte di forti conflittualità.

2019. L’autonomia differenziata sembra in dirittura d’arrivo. La trattativa Stato-Regioni, avviata svariati anni prima con il centrosinistra al potere, viene affrontata dal Governo giallo-verde. Ma la crisi innescata da Salvini blocca tutto.

2020. Esplode l’epidemia. L’Ordinamento della Repubblica va sotto stress in tutte le sue componenti in modo clamoroso e drammatico.

Clamoroso per le continue polemiche tra Stato e Regioni. Le contrapposizioni, vere o di facciata, a fini elettoralistici e di soddisfacimento di questa o quella lobby. Il continuo scaricabarile per evitare di dover pagare il prezzo politico di scelte impopolari, o quello giudiziario di provvedimenti “sbagliati”. L’apparente impossibilità di dettare regole tempestive ed uniformi.

Drammatico per il prezzo pagato e che stiamo pagando in termini di vite umane, sull’altare delle politiche sanitarie dell’ultimo ventennio a dir poco inadeguate. L’assoluta carenza nella fornitura di dispositivi di sicurezza, tamponi, reagenti e via dicendo. Le contrapposizioni all’interno della comunità scientifica. La confusione nella raccolta e nell’analisi dei dati.

Tutto questo solo in piccola parte è ascrivibile a responsabilità dirette del Governo, dei Presidenti di Regione, dei vari manager di Stato coinvolti, dei comitati tecnico-scientifici e quant’altri. E’ piuttosto il risultato di una politica del territorio, non solo in campo sanitario, che ha puntato sull’accaparramento di risorse in un’ottica para-autonomista, il più possibile sganciata dalla camera di compensazione nazionale. Privilegiando il ruolo gestionale diretto rispetto alle funzioni di programmazione e controllo.

E’ un meccanismo che semplicemente non funziona. Non solo per chi di risorse ne ha di meno, ma anche per le aree più sviluppate. E’ un problema di dimensioni: del territorio e della popolazione. In definiva, del mercato.

L’Italia regionale non nasce dalla cessione di sovranità dalla periferia al centro, ossia dall’unione di diverse entità territoriali con una storia di autogoverno, ma esattamente il contrario. Lo Stato centrale ha rinunciato alla propria impostazione napoleonica, basata sulle prefetture, e delegato parte delle proprie attribuzioni alle Regioni. Regioni individuate però a tavolino e non certo sulla base di criteri territoriali di una qualche oggettività. Non solo quelle più piccole ma persino la Lombardia, prima per numero di abitanti e Pil, ha bisogno fisicamente della sinergia con le altre regioni e non solo. Basti pensare ai malati Covid in terapia intensiva accolti in giro per l’Italia e addirittura in Germania.

E’ venuto il momento di ripensare un sistema che non ha mai veramente rappresentato una risorsa e che, anzi, ha in parte disperso quanto di buono era stato fatto in termini di programmazione generale. Alcuni parlano di Macroregioni. Altri di nuova centralità dei Comuni. Altri ancora del potenziamento delle Prefetture.

Quel che sembra certo è che proprio le necessità dei territori, che il regionalismo avrebbe dovuto interpretare, sono rimaste insoddisfatte. La ripartizione delle competenze legislative e l’organizzazione della macchina amministrativa regionale vanno riscritte.

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