Foto by Milano Cortina 2026
La cerimonia inaugurale delle Olimpiadi è stato uno di quegli eventi così grandi che non rientrano completamente in nessuna narrazione. Mezzo paese ci ha visto una figuraccia, causa telecronaca improvvisata. L’altra metà ci ha visto una messa riparatrice della blasfemia parigina del 2024, con il quadro vivente che ricordava troppo un’ultima cena arcobaleno e troppo poco una tela che fino a quel giorno non ricordava manco il pittore che l’aveva dipinto. Naturalmente dello sport non interessa nulla a nessuno, ma questo non deve sorprendere: l’Italia della neve è quella di Roccaraso, non quella di Tomba. È un dato sociologico da cui non si scappa. Ci hanno dato queste Olimpiadi per rimediare al furto di quelle vere, che sarebbero dovute andare a Roma.
Ma stiamo divagando. Dicevamo che questa cerimonia è riuscita davvero a incarnare la Nazione. Ne sono convinto. C’era tutto, davvero tutto. C’era la solennità del corazziere che riceveva il tricolore come una reliquia. C’era la sfilata di simil-Valentino, con donne in ordine, bellissime, longilinee. È sparita la diversità forzata di Parigi. Ce la siamo giocata all’Italiana, cioè con furbizia. Abbiamo fatto salire sul palco Ghali, ovvero uno che voleva a tutti i costi far parlare di sé. Cosa naturalmente nota a tutti. Così non è servito alcun artificio per farlo sparire dalla diretta.
Come tutti gli aspiranti martiri è bastato mettergli davanti un microfono per fargli dire due sciocchezze a caso, come “Voglio cantare io l’inno”, nonostante la parte fosse stata appaltata alla Pausini, o chiedere di leggere Rodari in arabo. A fronte di questa intervista Ghali lo hanno visto gli spettatori dello Stadio (che avendo pagato fino a 2600 euro a testa se lo meritavano ampiamente), ma la diretta Rai lo ha pacificamente ignorato. Fine del problema: i maranza erano pienamente rappresentati, ma nessuno a cui potesse dare fastidio lo ha percepito. Per concludere e per chi non avesse capito il trucco: i partner europei che ci accusano di voler imitare Orban sono stati smentiti. Gli italiani che accusano il Governo di non essere abbastanza come Orban sono stati rassicurati.
Alla sinistra è stata data la possibilità di fare una ironia pienamente giustificata sulla diretta della Rai. Che è stata, diciamocelo, ben lontana dall’essere ideale. Ma questa polemica riguarda solo quelli a cui interessa davvero che la figlia del Presidente Mattarella non venga confusa con la presidente del CIO. O del CONI. O qualsiasi altra organizzazione sul pianeta terra. Vi sorprendereste a scoprire quanto pochi dei non abbonati a Repubblica rientrino in quella categoria. In ogni caso fuori dal Paese la cerimonia ha veicolato il messaggio voluto: siamo la terra delle belle coreografie. E pazienza per i parcheggi mai costruiti vicino all’Arena Santa Giulia o per il fatto che dopo questa serata si spegneranno le luci a San Siro. Sono tutte polemiche che interessano al massimo fino a Bardonecchia. E anche anche.
Intorno alla cerimonia c’è stato un circo mica male, peraltro. Intanto per tutta la cerimonia e qualche ora prima e dopo, i residenti delle vie attorno allo stadio, tipo via Tesio, hanno ricevuto il caldo invito del Prefetto a barricarsi in casa. Serrande chiuse, peraltro. Vietate persino le passeggiate. Vietate, peraltro, è una iperbole, sempre di invito si trattava. Il giorno successivo, invece, c’è stato un corteo finito in scontri con la polizia. Si vede che, non avendo trovato traccia dell’ICE a Milano, gli antagonisti si sono dovuti accontentare della polizia autoctona.
Insomma, bello lo spettacolo, furba la scelta degli ospiti, incommentabile la telecronaca. Questo il sunto della serata. Se vi state ancora domandando dove sia lo sport in tutto questo mi spiace per voi, non avete colto il punto. Lo sport non si fa a Milano, il cui punto più montuoso è un parco pubblico. Quello è sulle montagne, da Bormio a Cortina. E là non c’è stata alcuna manifestazione di apertura degna di nota. Lo ribadisco: è lo specchio di un paese. Quello che mostriamo non è ciò che facciamo.
