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La difficile ripartenza del Teatro Amatoriale

by Sabrina Gambaro
teatro amatoriale

Nonostante il senso di precarietà e d’incertezza del domani abbiano da sempre caratterizzato tutto il mondo artistico, creando a volte i presupposti per nuova linfa creativa, l’attuale pandemia sta mettendo a dura prova molti settori culturali. Tra questi il mondo del Teatro Amatoriale.

Un tipo di attività praticamente no-profit che “si fa solo per amore e che non costituisce un lavoro, né tantomeno una fonte di reddito”. Come sottolinea la direttrice della Compagnia teatrale “I Pappici”, Rosita Sabetta, creatrice del sodalizio “Teatro Insieme” tra le compagnie di teatro amatoriale campano “Samarcanda Teatro” di Battipaglia ed il “Mosaico” di Paestum.

Benché dal punto di vista artistico questa pandemia possa generare una nuova vena creativa, da quello pratico determina certamente un crollo senza precedenti!

Infatti le numerose limitazioni imposte, sia nelle modalità di prenotazione (solo online e posti dimezzati) che nel modo stesso di mettere in scena gli spettacoli (per esempio l’uso limitato degli oggetti di scena tra gli attori), “rendono impossibile la salvaguardia dei tantissimi piccoli teatri, vera architrave del mondo amatoriale”. La sensibile riduzione degli accessi e le spese per la sanificazione degli ambienti obbligano a chiudere i piccoli teatri, che svolgono una insostituibile funzione di aggregazione sociale. Sia per i ‘veterani’ che per le nuove generazioni!

A rischio, poi, non è solo il Teatro Amatoriale. A subire gravi perdite economiche, soprattutto in seguito alla cancellazione dei frequentatissimi eventi estivi, sono anche le attività parallele di service o noleggio di attrezzature. Costrette al blocco totale per mesi.

Sebbene il pubblico sia giustamente spaventato e vi siano state ingenti diminuzioni di affluenza rispetto agli anni precedenti, c’è comunque “fame di normalità”. Che però non riesce ad essere soddisfatta del tutto.

La gioia infinita del ritrovarsi nuovamente, “come in una riunione di famiglia, con gli occhi stretti a trattenere le lacrime e la paura di toccarsi per poi liberarsi con le risate, quelle piene, quelle di cuore e di pancia”, viene smorzata dalla privazione dello spirito del teatro: il contatto diretto col pubblico.

Tornare in scena “è stato un po’ come rinascere – sottolinea la regista – ma si avverte comunque un senso di incompiutezza, che spegne un po’ la magia che tutti noi amiamo!”.

Salvaguardare il teatro non è solo un “rieducare ad amare la tradizione”. Ma significa restituire la passione, il senso di normalità fondamentale per tutti i cittadini e ridare speranza ad una fetta di lavoratori non sempre tenuta nella giusta considerazione.

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