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La prudente politica estera ed economica del Governo

Manca una visione di lungo periodo

by Giovanni Squame
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Foto by Governo.it

 

Tra sondaggi altalenanti, ma positivi per la nostra premier, e provvedimenti spot, utili per la campagna elettorale, sembra che la destra, anche intervenendo direttamente o indirettamente sui colossi petroliferi per la calmierazione del prezzo della benzina alla pompa, non abbia eccessivi problemi nel gradimento degli italiani. Forse il suo limite sta nel non avere una visione di lungo periodo. Del resto, la destra non ha mai avuto leader capaci di sostenere la politica con una visione del futuro. E questo limite l’ha condizionata non permettendole di offrire quelle certezze di stabilità che il Paese – quello dinamico, quello colto, quello dedito alla crescita del sistema economico – richiedeva come primo elemento necessario alla crescita virtuosa.

Ora l’italiano medio, quello che vive di lavoro dipendente ma anche l’imprenditore, ha rotto il diaframma della diffidenza grazie ad una prudente e sapiente politica estera e ad una politica economica che lascia agli investitori buona libertà, senza i vincoli del dirigismo statale. In tutti i settori ai quali ha messo mano, il Governo non è andato oltre misure di ordinario buon senso, evitando stress che avrebbero potuto turbare il normale andamento della vita civile ed economica. Verrà poi il tempo di scelte più impegnative sul piano interno e su quello internazionale, verrà il tempo delle riforme, scontando che la prima, quella sulla giustizia è stata bocciata dagli italiani, e verrà fuori il comportamento impregnato di ideologismo e di scelte “contro” quelle adottate dal campo progressista.

Qui potrebbe misurarsi l’ampiezza del consenso: se manterrà la sua forbita popolarità o se il gradimento comincerà ad erodersi. Il governo di un paese non è mai una trionfale passeggiata. L’Italia è stata abituata a decenni di pax democristiana e questa cultura, pur in assenza di quel partito egemone, è entrata nel corpo del Paese e ha contaminato anche i “partiti estremi” (l’MSI ora Alleanza Nazionale, a destra, e il PCI ora PD con della ex DC, a sinistra).

La destra italiana governa avendo, però, timidezza e timori. La lezione del referendum sulla giustizia suggerisce prudenza e politiche che guardino soprattutto ai giovani: politiche del lavoro, politiche sociali, politiche culturali. Non è, quello giovanile, l’elettorato tradizionale della destra, fatto di nostalgici e di oppositori incorreggibili del campo progressista. Elettorato che va, quindi, conquistato mostrando un volto meno ideologizzato ed un piglio di governo meno incerto, più determinato e sicuro sulle politiche da mettere in campo.

Immigrazione e sicurezza sono il terreno su cui la destra ha e sta costruendo il suo successo. Sono tematiche che non richiedono inutili e perdenti pugni di ferro. L’immigrazione non sparirà e, malgrado si rivendichi il contrario, non si potranno riempire le navi per il rimpatrio né le carceri di fuorilegge (tra l’altro carceri già abbondantemente affollate). Perciò occorrerebbero meno proclami e più politiche sociali inclusive, più politiche del lavoro mirate, politiche economiche volte al sostegno dell’industria più dinamica, del commercio più richiesto, di sviluppare più rapporti commerciali dentro l’UE e nel resto del mondo.

Insomma, un lavoro di lunga lena e non provvedimenti spot. Un lavoro poco visibile ma costante per un patto tra datori di lavoro e sindacati, teso a ridurre le tensioni sociali, a dare più credibilità internazionale, più diritti e più sicurezza sui luoghi di lavoro. Ed infine prudenza nel rapporto tra le istituzioni. La concordia istituzionale dà fiducia al paese e crea condizioni di serena tranquillità tra i cittadini e tra questi e le stesse istituzioni.

 

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