Mario Draghi non è uno dei tanti opinionisti estranei alle stanze dei bottoni, di quelli cioè che non possono fare altro che osservare e interpretare. Quando parla bisogna prenderlo molto sul serio. Sulla sua scia, sia pure con leve meno potenti nelle mani, anche Enrico Letta. Non per caso le istituzioni europee hanno commissionato proprio a loro la redazione dei ‘rapporti’ sui principali dossier sul tavolo dell’UE. A Letta quello sul mercato unico, a Draghi quello sulla competitività. Infine, ma sarebbe stato ben strano se dopo i fatti di Ucraina non vi si fosse data analoga attenzione, a Sauli Niinistö, Presidente della Finlandia, è stato affidato il rapporto sulla difesa europea.
Enrico Letta ha presentato il suo lavoro “Much More than a Market” al Consiglio Europeo convocato in sessione straordinaria nell’aprile 2024. Mario Draghi ha illustrato il suo “Il futuro della competitività europea” alla presidente Ursula von der Leyen il 9 settembre dello stesso anno. Nel loro insieme i due rapporti sono stati definiti da Ursula von der Leyen la ‘bussola della competitività europea’. Infine Sauli Niinistö ha consegnato alla Commissione Europea il suo “Safer Together: Strengthening Europe’s Civilian and Military Preparedness and Readiness” il 30 ottobre dello stesso anno.
Ed oggi, convocato dal suo Presidente Antonio Costa a poco meno di due anni dalla consegna di queste tre stelle polari per il futuro UE, si riunisce in sessione straordinaria, nel castello di Alden Biesen in Belgio, il Consiglio Europeo. Il tema è la competitività e vi sono stati invitati anche Enrico Letta e Mario Draghi.
Il Consiglio dei 27 in sessione plenaria sarà preceduto da un incontro informale di una dozzina leader di dodici Paesi UE su 27, autodefinitisi ‘Paesi lungimiranti e affini’. La Francia è stata invitata a partecipare, ma nel momento in cui scriviamo non ha ancora sciolto la riserva. Gli inviti – è questa la notizia – sono partiti da Giorgia Meloni, Friedrich Merz e Bart De Wever (Belgio) col beneplacito di Antonio Costa. La prassi delle riunioni preliminari circoscritte solo ad alcuni membri dell’Unione non è inconsueta, anche in altre precedenti occasioni il Consiglio Europeo è stato preceduto e preparato da riunioni informali di un numero ristretto di Capi di Governo. Si pensi alle riunioni del Gruppo di Visegrád, o a quelle della Lega Anseatica.
Nell’ultimo periodo l’iniziativa della convocazione e della predisposizione degli atti dei pre-consigli era stata presa dall’asse franco-tedesco. Ed è proprio questa la novità di oggi: la Francia non compare tra chi ha convocato la riunione preliminare, mentre c’è l’Italia. Comprensibile il disappunto di Macròn: c’è un asse italo-tedesco pronto a prendere la guida dell’Unione e a marginalizzare la sua Francia? Pare di sì.
Lo avevamo segnalato su queste colonne lo scorso 24 gennaio (Germania-Italia, vecchi amori che tornano – Gente e Territorio). A quell’articolo mi permetto di rinviare per economia di spazi. Scrivevamo allora a caldo, a poche ore dall’incontro di Roma nel quale Giorgia Meloni e Friedrik Merz avevano sottoscritto un patto di cooperazione rafforzata tra i due Paesi, e ci chiedevamo come si sarebbe atteggiato il nuovo ‘pilastro dell’UE’ nell’imminente, programmato incontro del Castello di Alden Biesen. Ci siamo.
Trarremo un bilancio attendibile alla luce dei risultati, sia della riunione preliminare ristretta, sia del Consiglio Europeo in sessione plenaria. Ma fin da subito possiamo dire che questa data, 12 febbraio 2026, segna un indiscutibile successo politico per la nostra premier. Era considerata fino a pochi mesi fa un po’ come la cenerentola tra i leader dei Paesi fondatori dell’Unione e guardata con diffidenza per i suoi ammiccamenti con Trump. Oggi sta nella cabina di pilotaggio dell’Unione e ne regge una delle due cloche. Non è poco, ma non è solo questo. Grazie al suo pragmatismo duttile, il peso politico specifico della leader di Roma sta crescendo.
Prendiamo la vicenda del Mercosur. Macròn, alle prese con le proteste dei suoi agricoltori e in palese personale declino politico all’interno della Francia, non aveva la forza di firmare il trattato e voleva frenare; ma l’UE, sotto la spinta proprio di Italia e Germania ha sottoscritto l’accordo lo scorso 17 gennaio in Paraguay. Così in Africa assistiamo a un progressivo arretramento della Francia, storica potenza ex-coloniale egemone tra area mediterranea e area subsahariana, mentre il protagonismo dell’Italia col Piano Mattei sembra fare scuola anche in altri Paesi europei.
Preso dunque atto della svolta nella guida europea dobbiamo vedere ora dove ci porterà la nuova leadership italo-tedesca. L’annunciata sospensione del green deal , ad esempio, sarà un vantaggio competitivo o fermerà un percorso innovativo tanto doveroso quanto oggettivamente inderogabile senza apportare sostanziali vantaggi? E la diffidenza verso gli euro-bond non è in contrasto con il grande piano europeo di investimenti comuni, paragonabile alla nascita del Mercato Unico o dell’euro, chiesto da Mario Draghi?
E ancora perché il no al buy european, proposto proprio da Macròn e finalizzato a proteggere la produzione europea introducendo premialità per le imprese europee che investono e marchi di garanzia dell’origine europea dei prodotti? In fondo anche il buy european sarebbe una risposta alle preoccupazioni di Mario Draghi, per il quale la produttività europea è stagnante, gli investimenti privati sono insufficienti e l’Europa rischia di diventare irrilevante nelle tecnologie chiave (AI, semiconduttori, energia pulita).
Infine, quanto al riarmo – tema non all’ordine del giorno oggi al Consiglio del Castello di Alden Biesen, ma ineludibile per ovvi motivi – nessuno dimentichi che, uscito dall’Europa l’UK, l’unica potenza euro-continentale che detiene l’atomica è proprio la Francia.
