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Le mascherine introvabili del commissario Arcuri

by Luca Rampazzo
mascherine

Nuovo scontro tra Arcuri e Federfarma. Alle accuse di quest’ultima, ovvero di aver di fatto interrotto la distribuzione di dispositivi di protezione individuale, il commissario ha risposto con durezza oggi in audizione parlamentare. In primis, l’accusa è che ora, a mancare, non sono più solo le mascherine, ma anche guanti ed igienizzanti. È una fisiologica reazione del mercato alla politica del calmieramento dei prezzi. Per paura che questa si allarghi a prodotti simili, i rivenditori cessano lo stoccaggio.

Ma è sulle mascherine che si concentra il grosso dello scontro. Dichiara, infatti, il commissario Arcuri:

“Non è il commissario a dover rifornire le farmacie né i loro distributori, il commissario non si è mai impegnato a farlo. Il commissario non deve rifornire gli associati della Confcommercio, della Conad, della Coop e della Federdistribuzione. Si è impegnato in entrambi i casi a integrare ove possibile le forniture che queste categorie si riescono a procurare attraverso le loro reti di approvvigionamento”.

Questa affermazione è molto forte. E, ci pare, contrasta con l’art. 122 del decreto Cura Italia, che delinea precisamente le funzioni del commissario. Al comma 1, infatti leggiamo:

“[…] indirizzando il reperimento delle risorse umane e strumentali necessarie, individuando i fabbisogni, e procedendo all’acquisizione e alla distribuzione di farmaci, delle apparecchiature e dei dispositivi medici e di protezione individuale.

Certo, non dice a chi. Verissimo. Suona però avventuroso affermare che si possano saltare le farmacie e la grande distribuzione. Quando subito il Commissario dichiara:

“Nei prossimi giorni stipuleremo un accordo con i tabaccai, che hanno ben 50 milioni di punti vendita in Italia, per la vendita di mascherine anche lì”.

Tralasciando il messaggio non proprio educativo di distribuire mascherine dove si vende tabacco, il punto resta. Se queste mascherine ci sono, perché ai tabaccai sì ed ai farmacisti no? Per il commissario serve a fermare la speculazione dei farmacisti. Il che postula, ma ci sembra strano si voglia arrivare a tanto, che le mascherine distribuite dal Commissario vengano nascoste. E non vendute per fomentare una scarsità artificiale.

A riprova di questo Arcuri gioca due carte: da inizio epidemia le mascherine distribuite sono state 208 milioni. Più che a sufficienza, a suo parere. E le Regioni siederebbero su un tesoro di 55 milioni di mascherine. Bastevoli a (quasi) l’intera popolazione. Per un giorno, due al massimo. Ma se ne attendono dieci volte tante, nel volgere di poco grazie a cinque eccellenze Italiane, ha promesso il commissario.

Queste mascherine però avrebbero qualche problema, come scrive il giornalista Luciano Capone sul proprio profilo Facebook: “Delle 5 aziende con cui il commissario Domenico Arcuri ha firmato l’accordo per le mascherine a prezzo politico (0,50€ al dettaglio), non tutte hanno ancora avviato la produzione: alcune sono nuove nel settore, fino a ieri si occupavano di digitale; i contratti vanno da 0,24€ a 0,465€ a mascherina”.

Questo fa quadrare un attimo di più i conti: i broker non importano in perdita, i nuovi produttori non sono partiti, le normative impongono il possesso delle mascherine. Questo genera aspettativa di ribasso nelle quantità. Normalmente il mercato regolerebbe la cosa facendo salire i prezzi. Nell’impossibilità, si genera scarsità. Le Regioni, preparandosi alla seconda ondata di ottobre non intendono aprire i magazzini. Questo determina la sparizione delle mascherine dalle farmacie.

A questo punto sarebbe lecito aspettarsi un discorso chiaro da parte del Commissario su come dare al popolo le mascherine. E qui entra correttamente in gioco l’idea di usare i tabaccai. Anche se manca ancora la domanda sull’origine di queste mascherine low cost. Siamo certi lo scopriremo quanto prima.

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