Il referendum non riguardava la legge elettorale. E sarebbe scorretto piegarne il significato a fini diversi. Ma ignorare il segnale politico che ne è emerso sarebbe ancora più grave. Quando i cittadini tornano alle urne e lo fanno con convinzione, esprimono qualcosa che va oltre il quesito: chiedono rispetto, chiedono di contare, chiedono che la loro volontà non venga deformata.
È una domanda che attraversa tutte le istituzioni. E riguarda, inevitabilmente, anche la legge elettorale. Da troppo tempo si insiste su meccanismi che alterano la rappresentanza: premi di maggioranza abnormi che trasformano minoranze relative in maggioranze assolute; liste bloccate che espropriano gli elettori della scelta; candidature plurime costruite per garantire i soliti noti. Non è semplificazione della democrazia. È la sua compressione.
E infatti cresce, nel Paese reale, un’insofferenza silenziosa ma sempre più diffusa. Un disagio che si manifesta ogni volta che i cittadini percepiscono che il loro voto conta meno di quanto dovrebbe. Un Parlamento di nominati non è un Parlamento più stabile. È un Parlamento più debole, perché meno legittimato.
Per questo, chi oggi vuole riformare la legge elettorale ha una responsabilità che non può essere elusa: evitare scorciatoie, rinunciare a forzature, abbandonare l’idea che la governabilità possa essere costruita sacrificando la rappresentanza.
La stabilità non si impone. Si costruisce sulla fiducia. E la fiducia nasce da una regola semplice: restituire ai cittadini il diritto di scegliere davvero. È da qui che bisogna ripartire. Non per convenienza, ma per rispetto della democrazia.
