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L’imbianchino

by Giovanna Sica

La giornalista e scrittrice Giovanna Sica ha voluto condividere con i lettori di Gente e Territorio una storia vera molto rappresentativa del difficile momento storico che stiamo vivendo.

“Ha già fatto colazione?”. “No, non mangio niente al mattino”. “I dottori si raccomandano tanto di fare un pasto spezza digiuno appena svegli”. “I dottori raccomandano tante cose…” riflette ad alta voce, con aria mesta, l’uomo che stamattina è piombato in casa mia, alle sette, per imbiancare le pareti del mio salotto. “Almeno un caffè, lo gradisce? Non mi viene un granché, ma se si accontenta di una bevanda scura e calda metto su la moka”. L’uomo annuisce con gli occhi. Non è uno che parla tanto. Pure la settimana scorsa, quando è venuto a visionare la stanza non ha detto molto. Mio marito me l’ha presentato e lui ha pronunciato il suo nome, Michele, da dentro la mascherina. Stamattina mio marito non c’è, è dovuto andare in ufficio. Nelle ultime settimane anche la sua azienda è ritornata allo smart working; ma proprio stamattina che è venuto l’imbianchino mio marito non c’è. Siamo soli, io e Michele. Almeno in questa ala della casa. Nell’altra, la zona notte, ci sono i figli stipati nelle loro camere, a fare lezione davanti a uno schermo, con le felpe sopra il pigiama, chè al risveglio non ce la fanno mai a lavarsi, vestirsi e pettinarsi come succedeva nella vita anti Covid.

“Preferisce lo zucchero bianco o quello di canna? Ce li ho entrambi. A me piace quello di canna, ha un retrogusto di liquirizia che mi lascia la bocca bella” insisto nel voler fare conversazione.

“Amaro. Il caffè lo prendo amaro”. “Quanti anni ha?” gli domando a sorpresa, mentre poggio il vassoio con la tazzina e un bicchiere d’acqua sopra il tavolo, e mi allontano subito. “Sessanta. Veramente non ancora, li compio a maggio, se il Padreterno me li fa vedere. Sembro più vecchio, lo so”. Mi sento stupida e mi sento scoperta. Come diavolo mi è venuto di essere così invadente? “No, non sembra più vecchio. Be’, forse un po’ ingannano la barba e i capelli bianchi. Mi scusi, ho parlato a sproposito”. “No, signora, non si preoccupi. La pensione non me la danno per ora, quindi mi tocca lavorare ancora. Di solito siamo in due, ma ho dovuto mandare l’unico dipendente che mi è rimasto da un’altra parte, a terminare un lavoro che avevamo già iniziato. Perché la settimana prossima potrebbero decidere per un’altra chiusura, e allora dovremo fermarci di nuovo. E io non voglio lasciare quell’altra famiglia con le pareti pitturate a metà”. “Non ha paura di continuare ad andare a casa della gente di questi tempi?” mi lascio uscire di bocca, ma poi mi pento subito. “Lei vuole sapere se ho paura di ammalarmi di Covid? Certo che ho paura. Ma, ancora di più, ho paura che mia moglie e la moglie del mio dipendente non possano più mettere il piatto a tavola. Ho paura per mio figlio che fa l’infermiere, chè ogni giorno s’ammala qualcuno nell’ospedale in cui lavora. Ho paura per mia figlia che ha un negozio di articoli da regalo, e la primavera scorsa non ha venduto le bomboniere acquistate, visto che le cerimonie sono saltate. Se adesso ci chiudono di nuovo in casa, se le rimangono sulla pancia pure gli articoli presi per Natale credo proprio che non riaprirà mai più. Queste cose qui mi fanno più paura del Covid in sé. La povertà mi fa molta paura. Perché io sono nato povero, mio padre non c’aveva voglia di lavorare; le sue attività preferite erano il tresette e fare figli. Sette ne ha fatti mettere al mondo a mia madre, povera donna, pace all’anima sua. Io cominciai ad andare a fare la giornata appresso ai pittori che non tenevo manco dodici anni. E all’epoca tanti riguardi per i bambini non ce ne erano, mica come oggi che le creature le trattiamo come piccoli principi, esagerando, a volte. Mirko e Licia, i miei nipoti, non si alzano da tavola manco per prendere una bottiglia d’acqua. Io invece nemmeno ce l’avevo un posto a tavola, alla loro età. Mia madre, al mattino, mi preparava uno sfilatino di pane con le melenzane sott’olio, e quello era il pranzo che consumavo a casa della gente da cui lavoravo, veloce veloce, sennò il mastro s’arrabbiava. E poi, alla sera, mi aspettava un piatto di brodo o di riso sul comodino, vicino alla brandina in cui dormivo” ricorda l’uomo. “Anche mio padre ha avuto un’infanzia dura” sussurro a testa bassa. “E infatti io non ero mica l’unico guaglione ad avere giorni tosti, diciamo che una volta era raro il contrario. C’erano i figli di papà, ma erano pochi rispetto a noi guaglioni di strada. Comunque io, faticando duramente, accettando le cazziate e gli sfottò del mastro, questo mestiere me lo sono imparato bene. Mi sono messo in proprio e sono arrivato ad avere fino a cinque dipendenti. Mi son fatto una bella casetta e ho dato una mano ai miei figli col mutuo per i loro appartamenti. Insomma, ho visto crescere i frutti dei miei sacrifici. Ho stretto i denti davanti alla crisi che ci investì con l’euro, ma quello che sta succedendo adesso non sta né in cielo né in terra. Da marzo scorso in poi ho lavorato poco e niente. Prima la chiusura. Poi la spinta ad andare in vacanza. E nel bel mezzo di agosto di nuovo la paura per il ritorno dei contagi. Le persone evitano di fare lavori in casa, se non è proprio necessario, e chi può dargli torto. E i soldi scarseggiano. Si è fermato tutto. Non so come andremo a finire…”. “Coraggio, Michele, dobbiamo essere positivi. Sembra la fine del mondo, ma non lo sarà. I vaccini sono quasi pronti, almeno così dichiarano. E poi anche se ci sono tanti contagi, per fortuna, stavolta, molti malati sono asintomatici…” cerco di rassicurare l’uomo che ha la faccia bianca come la pittura che sta buttando sui i miei muri. “La verità, cara signora, la sanno solo i potenti. Io non credo alla teoria del complotto, non sono un negazionista, io sono sicuro che il Covid esiste e che tante persone sono morte a causa sua. Ma questa emergenza è stata gestita davvero male! Anche perché alla seconda ondata avremmo dovuto essere preparati. Ieri sera, quando sono tornato dal lavoro, ho trovato mia moglie che piangeva. Seduta al tavolo, con le mani si manteneva la testa. Non aveva neanche apparecchiato. Nemmeno una pentola sul fuoco. Niente di niente. Mi sono preoccupato, non è mai successo in quasi quarant’anni di matrimonio che mia moglie non preparasse la cena; lo sa che torno affamato dal lavoro, che a pranzo mangio solo un panino, come quando ero ragazzo. “Maria, che è successo? Perché piangi?” le ho chiesto facendole una carezza per asciugarle le lacrime. “Dicono che in Campania mancano i medici. Che molti dottori si sono ammalati. Che nei prossimi mesi potrebbero chiudere alcuni ospedali. Come faremo a curarci se ci succede qualcosa? Quanto potrà resistere nostro figlio prima di ammalarsi pure lui?” è esplosa mia moglie. “Maria, dài, non ti fasciare la testa prima di rompertela. Innanzitutto, pensiamo a star bene e non ad ammalarci. Se i medici mancano, sicuramente li recluteranno, li faranno venire da altre regioni, non penso che ci faranno morire, abbandonati al nostro destino. E per quanto riguarda Carmine, nostro figlio, devi avere fiducia: è un ragazzo attento, non gli succederà nulla. Non dobbiamo farci prendere dalla paura. Forza, abbiamo visto tempi peggiori, supereremo anche questo” ho cercato di consolare la mia consorte. “Dicono che come la Pasqua scorsa, pure il Natale ce lo faremo chiusi in casa. Ognuno nella propria casa. Che Natale sarà senza i nostri figli? Ti rendi conto che sta venendo la fine del mondo?” continua Maria. “Ma quale fine del mondo, dài, non esagerare! Io penso che fino a che ci saranno su questa Terra persone di buona volontà il mondo non potrà finire. E per Natale, se proprio va male e non potremo invitare a pranzo i figli, vorrà dire che per una volta ti riposerai. Non dovendo cucinare per dieci persone, dopo aver mangiato ci metteremo sul divano, io e te, e ci vedremo un bel film, di quelli che a Natale la tivù non manca mai di riproporre”. Maria si è calmata, ma a me dentro è presa una rabbia che non le dico. Vorrei tanto sapere come siamo arrivati a questo. Vorrei tanto capire fino a che punto contano la salute e i sentimenti di noi cittadini. Ma, forse, pure se me lo spiegassero non capirei: sono una persona semplice, non li intendo i paroloni con cui si riempiono la bocca i nostri politici. E allora mi sa che continuerò a imbiancare pareti, fino a che me lo permettono, che è l’unica cosa che so fare. Per il resto mi affido al Padreterno, che possa metterci la mano sua”.

Si gira di spalle, l’imbianchino. Prende il pennello, lo intinge nel secchio della pittura e lo passa sulla parete con convinzione. Adesso non ha più tempo per parlare con me. Adesso deve portare a termine il suo lavoro.

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