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L’irresistibile fascino del numero 100

by Alessandro Bianchi

 

E’ uscito di recente il libro di Marcovaldi&Montanari “Il nostro volto. Cento ritratti italiani in immagini e versi” (Einaudi, 2021) – al quale il Direttore Cioffi ha già dedicato un commento – che mi ha riportato alla mente una riflessione sul tema degli elenchi, in particolare di quelli composti da 100 “cose”, di cui mi ero occupato diversi anni fa scrivendo un libretto dedicato all’urbanistica che nel sottotitolo recitava: “Cento libri per sapere di urbanistica” (Rubbettino, 2001).

 

 

Premetto che non intendo entrare nel merito del lavoro di Marcovaldi&Montanari – su cui, peraltro, molto avrei da dire – né argomentare sulla natura dell’elenco (o lista, o catalogo) per la qual cosa non posso che rinviare allo splendido volume  di Umberto Eco “Vertigine della lista” (Bompiani, 2019; 1^, 2009) – raccolta delle conferenze da lui tenute al Museo del Louvre nel novembre 2009 – nella quale pone il distinguo tra forma (come la descrizione dello scudo di Achille) e lista (come l’elenco delle navi degli Achei)

Qui mi limito, semplicemente, a puntare l’attenzione su quello che a me sembra l’irresistibile fascino che il numero 100 esercita su chiunque metta mano alla stesura di un elenco di cose, quali che esse siano, riprendendo alcune considerazioni che ho avuto modo di fare nel citato libretto aggiornate sulla scorta di elenchi più recenti, che confortano l’idea che si tratti di un numero assolutamente privilegiato.

Parto dal sondaggio lanciato nel 1886 dalla Pall Mall Gazette “I cento libri migliori secondo i cento giudici migliori”, nel quale spicca la risposta di Oscar Wilde: “Dire alla gente cosa leggere è di regola inutile o dannoso … Ma dire alla gente cosa non leggere è una faccenda molto diversa, e mi arrischio a raccomandarlo come missione … Chiunque dal caos dei nostri moderni curricoli sceglierà “I Cento Libri Peggiori” e ne pubblicherà la lista, regalerà un beneficio autentico e duraturo alla generazione che viene (in Oscar Wilde, Saggi, Mondadori, 1981).

Poi i “Cento libri. Per due secoli di letteratura” di Cesare Garboli e Giorgio Manganelli (Leggere, 1989; Archinto, 1997) che ripropone la raccolta proposta nei primi anni Sessanta da Il Giorno ai suoi lettori, che Beniamino Placido così commentava: “I cento libri italiani e stranieri che bisogna leggere o aver letto. I cento libri che non possono mancare in una casa. Che non potevano mancarvi almeno nell’anno di grazia 1960” (La Repubblica, 4 gennaio 1997).

Quindi il “Dizionario del cinema” di Fernaldo di Giammatteo (Tascabili Economici Newton, 1995) che di raccolte ne propone addirittura tre: 100 grandi film, 100 grandi registi, 100 grandi attori.

Ancora “I 100 libri del secolo”, elenco compilato nel 1999 da Le Monde sulla base di un sondaggio realizzato con la collaborazione della catena di negozi Fnac, che sottoponeva a 17.000 francesi una prima selezione di 200 libri chiedendo di rispondere alla domanda: “Quali libri sono rimasti nella vostra memoria?”

 

 

Segue “La storia del mondo in 100 oggetti”, di Neil MacGregor (Adelphi, 2012; originariamente “A History of the World in 100 Objects, Penguin Books Ltd, 2005) che, come dice l’Autore, è “una missione impossibile” alla quale, tuttavia, non si sottrae scegliendo dalla collezione del British Museum i “100 oggetti compresi in un arco temporale che andasse dagli albori della storia dell’uomo, circa 2 milioni di anni fa, fino ai nostri giorni”.

Infine i “Cento luoghi di-versi. Un viaggio in Italia”, ancora di Franco Marcoaldi e Tomaso Montanari, che è il progenitore, come dicono gli Autori, del libro da cui siamo partiti (Treccani, 2020).

E potrei proseguire citando altri esempi più o meno illustri: da “Le 100 città italiane da visitare” di Cristina Grifoni (Skyscanner, 2020), a “Le cento migliori partite di B. Spassky”, di Bernard Cafferty (Mursia, 1974), fino ai “Cento brani di musica classica da ascoltare una volta nella vita”, di Nicola Campogrande (BUR, 2018).

Ma direi che è piuttosto evidente che questo numero 100 attrae irresistibilmente tutti quelli che vogliono stilare un elenco. Per quale motivo? Probabilmente perché è un numero tondo, il che da sempre una certa sicurezza, ed è ampio abbastanza da rendere credibili elenchi che sono l’esito di cernite durissime rispetto alla totalità (ammesso che la si conosca) delle cose di cui si parla.

Dunque penso si possa accettare il fatto che 100 è un buon numero di riferimento per un elenco.

Quello che non si deve fare – come, invece, accade spesso nel caso dei libri – è segnalare che ne manca uno che si ritiene non possa essere escluso o un altro che non sia meritevole di esserci. Non lo si può fare perché si altererebbe il requisito stesso dell’elenco: il numero 100. Con 99 o 101 libri si fa una cosa diversa, si fa un altro elenco. Dunque per rapportarsi in maniera corretta ad un elenco stilato da altri, si può proporre di aggiungere o togliere un libro solo a condizione di proporre di toglierne o aggiungerne un altro.

Può sembrare un gioco, ma i giochi hanno regole rigorose che vanno rispettate, e così facendo ciascuno può partecipare al complicato ma affascinante gioco del numero 100.

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