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L’istituto Fermi-Gadda a Poggioreale

L’istruzione in carcere risale allo Statuto Albertino, che la prevedeva tra le attività obbligatorie per il suo valore rieducativo, e alle leggi del 1931 del regime fascista, che prevedevano corsi di istruzione elementare obbligatoria per i detenuti.

L’articolo 27 della Costituzione dice che le pene “devono tendere alla rieducazione del condannato” e l’articolo 34 che l’istruzione inferiore “è obbligatoria e gratuita”.

Solo nel 1953, con la legge 503, si è concretizzata l’istituzione delle scuole carcerarie elementari. L’ordinamento penitenziario del 1975 e, successivamente, del 2000, definiscono l’istruzione elemento fondamentale per la rieducazione e il reinserimento, insieme ad altre attività (sportive, culturali e ricreative). L’attività di istruzione, però, è l’unica ad essere considerata come diritto costituzionale riconosciuto al detenuto. Il nuovo Regolamento prevede l’istituzione di corsi di istruzione obbligatoria, secondaria, di formazione professionale ed anche universitaria.

Durante quest’anno scolastico, 2017/18, presso la casa circondariale di Poggioreale, è stato realizzato il primo “esperimento” di scuola secondaria superiore. L’ Istituto Tecnico Industriale – I.T.I. “Fermi-Gadda” di Napoli, indirizzo elettronica/elettrotecnica, dirigente scolastico Natale Bruzzaniti e vicepreside Giovanna Baldovin, – è entrato nel carcere con la formazione di una classe con 15 iscritti.

Per noi docenti, insegnare in un contesto con variabili umane e organizzative così diverse dalla realtà della scuola esterna, è stato un percorso completamente nuovo, una sfida didattica, professionale e psicologica. Abbiamo dovuto tenere conto di tanti fattori, quali le età differenti degli allievi, le caratteristiche del luogo di apprendimento, i tempi che occorrono per farli arrivare dopo la “conta” dai diversi padiglioni fino all’area dove si svolgono le attività ed anche del costante rapporto con la polizia penitenziaria.

Le diverse attività educative si svolgono in celle adibite ad aula. Le difficoltà sono state quella di reperire libri e materiale didattico, che è stato fornito dagli stessi docenti sotto forma di fotocopie; di ritrovarsi in classe con persone provenienti da varie parti del mondo, con differenti livelli culturali, estrazione sociale, competenze, età, percorsi scolastici, tipologie caratteriali e reati commessi. Riuscire a trovare un comune denominatore, quindi, è stato l’obiettivo primario.

I nostri 15 studenti, insieme all’area didattica e al personale penitenziario, lo hanno reso possibile. Hanno dimostrato di essere all’altezza della scelta fatta, hanno rinunciato al lavoro che gli avrebbe permesso di mantenersi e di mandare qualche soldo a casa ed hanno frequentato con assiduità ed interesse le lezioni, arricchendole con domande, informazioni apprese in televisione (unico mezzo di “collegamento” con l’esterno) e confronti continui.

Questa esperienza ci ha insegnato che bisogna investire e rafforzare il sistema della scuola in carcere, perché coltivare la fiducia nell’essere umano, offrendo nuove possibilità ed alternative agli errori commessi, è assolutamente necessario al fine di una corretta e vera riabilitazione.

di proff. Roberta Barone e Vincenzo Albano

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