Home In evidenza Maduro in manette. Dove stanno Cina e Russia?

Maduro in manette. Dove stanno Cina e Russia?

Venezuela/Donbass/Taiwan?

by Luigi Gravagnuolo
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Foto by UN News

 

Che Nicolàs Maduro fosse un despota spietato, organico alle mafie del narcotraffico, espropriatore delle risorse del popolo venezuelano a fini di arricchimento personale e del suo clan era risaputo. Nessuna ambigua simpatia verso il tiranno, dunque. Ma grande ansia per il futuro del mondo, questo sì. Quando ci si mette il diritto sotto i piedi – il diritto internazionale come quello nazionale – si è già con un piede nella legge del più forte, quella della giungla. Con tutti i rischi che tale imbarbarimento comporta. Cosa sta succedendo nel mondo dunque?

Le evidenze sono facilmente enucleabili:

  1. L’ordine mondiale di Yalta e Potsdam è saltato;
  2. Con esso si è svuotato l’organismo internazionale deputato alla sua tenuta: l’ONU oggi è un uovo di solo guscio, senza albume né tuorlo;
  3. Nella volatilità degli equilibri mondiali alcuni popoli stanno cercando di liberarsi dalle catene geopolitiche che li tenevano imbrigliati per conquistare per se stessi indipendenza, autodeterminazione e libertà;
  4. Per parte loro le potenze economiche e militari del pianeta stanno operando per acquisire il controllo di aree sempre più estese;
  5. Si intensificano quindi le guerre locali, civili quando sono intestine agli Stati, tra nazioni belligeranti quando vengono combattute tra Stati e loro alleati;
  6. Un nuovo ordine mondiale non ancora si è configurato, di conseguenza questo stato di disgregazione conflittuale continuerà ancora.

Fin qui le evidenze. Meno chiaro è il nuovo ordine mondiale che si va configurando. Proviamo ad abbozzarne i tratti salienti.

Emmanuel Todd, storico e sociologo francese, ha una spiccata attitudine a leggere le dinamiche storiche, anticipandone spesso gli esiti. Nel ‘76 scrisse La Chute finale. Essai sur la décomposition de la sphère soviétique. Preconizzava in quel saggio, con sedici anni di anticipo, il collasso dell’Unione Sovietica. Nel ‘98 fu la volta di L’Illusion économique. Essai sur la stagnation des sociétés développées, dove previde, fin nelle forme del suo successivo reale svolgimento, quella che sarebbe stata la crisi finanziaria mondiale del 2008. Due anni fa ha pubblicato il suo ultimo saggio, La Défaite de l’Occident. Vale la pena di prendere in seria considerazione quanto vi sostiene.

Sulla scorta dei dati demografici, della violenza urbana e di ulteriori indicatori sociologici e culturali, Todd afferma che l’America ha ormai perso la sua egemonia economica nel mondo, pur mantenendo per il momento l’influenza geopolitica grazie alla sua forza militare, tuttora predominante. Dunque: per un verso la minaccia di decadere irreversibilmente, per un altro la disponibilità di una forza militare tale da poter potenzialmente invertire il destino.

Ecco, il tycoon – e con lui la maggioranza del popolo americano – pare ben consapevole di tale scenario. Se questa è la realtà, gli USA non possono diluire le proprie forze su troppi fronti. Non possono salvare più la propria egemonia nel mondo, ma il proprio benessere sì. Anche accrescerlo, solo se si concentrano nel loro emisfero. In due parole, se tornano alla Dottrina Monroe. Dall’Artico all’Antartide, dalla Groenlandia alla Terra del Fuoco tutto l’emisfero occidentale deve essere subordinato a Washington. Questa è strada per salvare la propria opulenza, America first! L’attacco al Venezuela si iscrive in questa strategia.

Negli scorsi decenni però in Centro e Sud America si sono affermati governi autonomi dagli USA, legatisi a Cina e Russia in funzione di protezione dalle pretese USA. Panama, Messico, Brasile e Venezuela sono entrati nell’orbita geopolitica di Pechino; Cuba, Colombia e Nicaragua in quella di Mosca. Senza eccedere in schematismi, ovvio; Russia e Cina sono alleati strategici e collaborano su tutto lo scacchiere mondiale.

Se The Donald vuole mettere sotto il tallone degli USA l’America Latina tutta, sfruttarne le risorse petrolifere e minerarie e la forza lavoro, deve necessariamente garantirsi che ciò non provochi una guerra mondiale. Dall’esito incerto quanto a chi possa uscirne vincitore, sicuramente catastrofico per l’umanità.

E allora Tik Tok non vale certo Taiwan, come qualche analista si era azzardato a raccontare solo poche settimane fa, ma Panama, il Messico e l’America Latina sì che la valgono. Come pure valgono il Donbass e il Donesk. Vale allora la pena di provare a leggere gli accadimenti di questi giorni, incluso il blitz a Caracas, alla luce di questa ipotesi.

Putin ha concesso all’amico tycoon il via libera in Venezuela in cambio del Donbass? E Xi sta negoziando una licenza ad annettersi Taiwan in cambio di Venezuela e Panama? L’impressione è questa.

Trump non ha aggredito il Venezuela ex abrupto, per una levata di testa. Ha cominciato con gli annunci bellicosi, poi ha alzato il tiro colpendo le barche dei narcotrafficanti con bombe mirate, nella piena consapevolezza che erano colpi diretti al clan di Maduro, sulla carta protetto da Mosca e Pechino. Nessuna reazione significativa dai sino-russi. Poi ha ordinato l’arrembaggio ad una petroliera venezuelana che trasportava petrolio con destinazione Cina. Ancora silenzio. Allora le intese reggono, ne avrà dedotto, attacchiamo Caracas e catturiamo Maduro. Operazione sotto il profilo militare riuscita a perfezione. Ma la linea rossa è stata oltrepassata, il diritto internazionale messo sotto i piedi.

A fronte di tanto ardire finora, mentre scriviamo, da Pechino nessuna reazione salvo qualche cauta dichiarazione di condanna di circostanza. Da Mosca dichiarazioni di grande preoccupazione e inviti a dialogare. E nessuno che abbia messo in campo una iniziativa di deterrenza reale, paragonabile ad esempio a quella attuata da Nikita Chruščёv quando nel 1961, a seguito della fallita invasione della baia dei Porci da parte degli USA di Kennedy, decise di posizionare a Cuba i missili con testata nucleare come deterrenza contro una possibile invasione statunitense dell’isola.

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